IMPOSSIBILE PENTIRSI
Prefazione dell'Autore
Questa è la storia di un perdente. Una storia iniziata sui banchi e sui piazzali della Accademia Aeronautica e approdata sui banchi degli imputati in procedimenti militari - penali e disciplinari - che si sono conclusi con l'infamante provvedimento della rimozione dal grado e della conseguente espulsione dalle Forze Armate. Ma è una storia non ancora conclusa, anche se molti ed in molti modi avrebbero voluto scrivere la parola "Fine".
E' anche la storia di altri perdenti. Perchè è la storia di una speranza - una utopia forse - perseguitata e violentata come tutte le speranze della storia. Essa diviene infatti un "pezzo" della storia del Movimento Democratico dei Militari e un pezzo della storia di alcuni degli uomini che si riconobbero nei valori e nelle speranze di quel Movimento.
Nel tentativo cioè di dare dignità e coscienza costituzionali ad un mondo separato, come erano le Forze Armate; e dare diritto di cittadinanza per la Costituzione "Democratica", i Suoi principi e le Sue garanzie, in una Istituzione che conservava invece intatta la natura "aristocratica ed antipopolare" della sua originaria vocazione, e che si autoriconosceva ed attribuiva un ruolo "sovracostituzionale" di "Potere Militare". 
Questa natura e questa realtà sono spesso ben occultate dalla retorica di uomini ed ambienti politici che continuano a pensare se stessi come detentori del potere - "i Principi" - di cui le F.A. dovrebbero rappresentare la garanzia pretoriana per la conservazione. Sono al tempo stesso ben mimetizzate agli occhi della Pubblica Opinione dalla "apparente e dichiarata mansuetudine" delle stesse F.A. alle funzioni ad esse costituzionalmente attribuite. Una mansuetudine tuttavia smentita da vicende storiche che si rincorrono, senza soluzione di continuità, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale: dal Sifar a Gladio, dai ripetuti "piani" - ora "Solo", ora "Borghese", altre volte rimasti ignoti alla pubblica opinione (ne illustreremo alcuni in questo libro) - alle infinite stragi impunite. Sempre per dare corpo ai "montanti furori" più o meno dichiarati, che altri celiavano come "tintinnio di sciabole".
Non era certamente facile opporsi a questo sistema autoritario e violento che stravolgeva ogni previsione costituzionale, e tuttavia dovevamo provarci. Per fedeltà al giuramento fatto a quella Costituzione, per fedeltà a noi stessi ed a quello che, con quel giuramento, avevamo accettato e scelto di essere: i garanti della Democrazia e della Libertà, per i cittadini di questo Paese e le sue Istituzioni, a qualsiasi costo. E naturalmente abbiamo perso. Con la stessa consapevolezza con cui avevamo ingaggiato la lotta. Con la amara esperienza di aver combattuto per lo Stato, ma di non aver potuto combattere con lo Stato, perchè pezzi interi di quello Stato erano schierati contro di noi, nel campo avverso.
La storia dei perdenti potrebbe sembrare inadeguata in momenti storici in cui si celebra la società della apparenza e del successo.
Ma è la storia ad insegnare che si può essere perdenti senza essere mai vinti. Che il cammino della storia è un cammino di civiltà solo per la ostinazione dei perdenti; mentre i tanti "vincenti" della storia quasi mai hanno raggiunto e raccolto la pienezza della vittoria. Il potere, raggiunto e conservato con la violenza e la ferocia più ignobili, non ha spesso resistito ai rovesci di una storia che conserva tutta la sua profonda ironia  per le smanie ed i desideri di onnipotenza di piccoli uomini.
Non è necessario scomodare la memoria delle brevi ed effimere stagioni del Nazismo e del Fascismo e le loro tragiche conclusioni di cui Piazzale Loreto conserva tutto il suo spessore simbolico (che ben difficilmente le sequenze di un qualsiasi "Combatt-film" potranno riuscire a sminuire). Basta guardare alla storia di Hammamet, dei tanti finanzieri d'assalto degli ultimi anni, ai tragici ma miseri suicidi (perchè tali rimangono, cioè miseri, rispetto ad un gesto che in altri tempi o per altri uomini ha sempre avuto ed avrà una dimensione di altissima dignità e capacità di lottare oltre il sopportabile) dei grandi uomini della finanza e della politica corrotte, quando, ormai scoperti nelle loro miserie ed ignobiltà, non hanno saputo stare di fronte alle proprie responsabilità. Ed anche in questi finali amari e tragici hanno trovato il conforto dei "grandi" - Vescovi o politici - incapaci di analizzare i crimini contro i "poveri" di coloro che furono loro amici, pupilli, compagni di mense, non certo frugali. 
Bisogna invece che noi conserviamo ed alimentiamo la memoria della violenza che hanno operato gli aspiranti vincitori. Ricordare non basta. Memoria è un ricordo "attivo" che vuole comprendere i meccanismi, le cause e dunque le ragioni che determinarono una storia, e sa rileggerle nel presente per capirne le "mutazioni" e le mimetizzazioni nelle forme nuove in cui quella stessa violenza torna e tornerà ad esercitarsi. Forme diverse sempre più evolute e sofisticate. E' dunque solo la Memoria a dare senso al proprio impegno per costruire un futuro in cui si possa sperare che quella violenza non  torni a mostrarsi, con volti diversi ma la con medesime atrocità, per il nostro passivo ed ignaro consenso.
Perdere "la Memoria storica" ci rende estranei a noi stessi, incapaci di riconoscere le nostre radici, di capire il nostro presente, di costruire un qualsiasi futuro.
Non ci è lecito dimenticare che il desiderio di Liberazione e di Dignità di ogni Popolo, la ricerca di Verità e Giustizia di ogni uomo non sono mai stati completamente soffocati e vinti dalla repressione e dalla violenza, dalle persecuzioni e dagli stermini. Perchè sempre qualcuno si è alzato a rivendicare la forza dei Valori dell'Uomo. E la Vita è sempre stata vittoriosa sulla morte e sui suoi gabellieri. Non è solo il popolo Ebreo ad aver riconosciuto conservato e sviluppato la sua profonda dignità ed identità dalle persecuzioni patite nella storia. E' l'Uomo che ha ricosciuto via via la sua originaria sovranità come Umanità-Persona dalle infinite e tragiche violenze della storia.
Ed in questo cammino di liberazione anche i "salvatori" di un particolare e contingente frangente della storia sono avvertiti per quello che sono: strumenti, solo strumenti di una storia che "non ha bisogno di loro come uomini della Provvidenza". Essi spesso si fanno invece da liberatori che furono, i nuovi dispotici padroni. Accadde con Ciro di Persia, è accaduto con gli Stati Uniti d'America, accadrà ogni volta che, di fronte ad una liberazione, i piccoli ed i semplici non saranno aiutati a rivendicare la propria dignità. Perchè ogni liberazione è un atto dovuto all'Uomo, dunque a se stessi. E come tale è atto dovuto ogni prezzo, ogni sofferenza pagata per raggiungere quella liberazione: per raggiungerla insieme, vittima e "liberatore".
E così per quanto "i vincenti" possano rifugiarsi nella celebrazione del potere, dell'impotenza dei singoli di fronte ad esso, rimane la angosciosa domanda di Pilato: "Cos'è la Verità?", di fronte alla sconcertante rivelazione che gli veniva da un perdente assoluto e che gli ricordava quanto effimero fosse il suo potere, comunque condizionato dalla sottomissione ad un potere più grande del suo. Eccezionale analisi politica e sociale di un "povero" che altri nella storia ha poi storpiato ed usato (volendola spacciare come affermazione della natura "divina" di ogni potere politico) con l'inconfessato fine di giustificare l'uso del "potere temporale" allo scopo di esercitare il proprio istinto di violenza per la conservazione, volendo comunque conservare l'ineffabilità di un "ruolo spirituale" totalmente disincarnato. Disincarnato certamente dal destino dell'Uomo, non certo dalla ricerca del potere, però!
Ebbene quella domanda di Pilato condanna costoro al ruolo di "servi del potere" e non mai di "servitori dello Stato". Benchè vincenti, la storia li ricorda solo per le nefandezze compiute contro il popolo, i poveri ed i giusti, come avviene dei gerarchi nazi-fascisti. Perchè essi non sanno giocare la propria pelle per cercarla, la Verità, e leggerla nella storia degli uomini; nè vogliono perseguirla, la Giustizia, servendola con l'umiltà del povero e la forza del "profeta".
Non c'è alcuna autogratificazione nell'esprimere queste convinzioni. I prezzi davvero disumani che ciascuno di noi ha dovuto pagare - nella carriera, nella famiglia, nella sicurezza personale e nella stabilità psicologica - non consentirebbero simili atteggiamenti puerili.
Potrebbe anche pensarsi che simili convinzioni siano "scontate" per chi come me sia un credente. Educato cioè a riconoscere la vittoria nella umiliazione estrema di Gesù crocifisso, per la fiduciosa speranza che si fa certezza di Fede in una Resurrezione.
Tuttavia è proprio nei tanti "non-credenti" al cui fianco ho militato, e che hanno speso tutto per gli stessi valori etici che mi animavano, pur partendo da matrici affatto diverse, che ho potuto leggere la forza inarrestabile delle idee e dei valori e l'impossibilità per qualsiasi fede o ideologia di rivendicarne una specie di esclusiva. Essa è infatti la forza dello Spirito dell'Uomo. Certo, questo, per me credente, ha significato convincermi ancor più di quanto ogni Uomo possa partecipare alla Rivelazione ed al progetto di Salvezza, per quella scintilla di Verità e desiderio di "Eternità" che è in ciascuno, e che a me rivela la "nostalgia di infinito" - di Dio - che riposa nel cuore di tutti, e che in tutti può esplodere con forza inaspettata, solo avessimo voglia di farla germogliare.
Ma è proprio questa esperienza ad avermi liberato da quel "sacro fuoco" di saccenteria e apologia, di proselitismo e becero moralismo che in qualche misura avevo condiviso con certa specie di "cattolici". Essi, così impegnati a proclamare la Legge di Dio, ed a pronunciare in Suo nome anatemi e condanne, da dimenticare la Misericordia e la Giustizia. Tanto impegnati a giudicare da non avere più il tempo ed il modo per testimoniare in prima persona, pagandone il prezzo, i valori del Regno nel quale dicono di credere. La Giustizia anzitutto, che è frutto della Verità, la quale nasce solo dalla Libertà totale alla quale ci conduce lo Spirito che riposa in noi.
La Giustizia. Essa non è, come ai più è comodo credere, il ristabilire un equilibrio manomesso attraverso una qualche compensazione legalmente stabilita come riparatrice: la legge del taglione. Ma è solo "Fare ciò che è giusto". Ed allora non c'è più spazio per il calcolo e la convenienza. Quando si sceglie di privilegiare i valori, ciò che si fa lo si fa solo perchè è giusto. Costi quello che costi nella oscurità di un cammino.
Ma questa consapevolezza l'ho incontrata piuttosto nei cosiddetti "laici", che devono rispondere solo alla propria coscienza, che non nei tanti cosiddetti "credenti" o funzionari o "ministri del culto" che - nelle F.A. come in tanti settori della vita ordinaria, pubblica, civile o religiosa - ostentano pomposamente e con retorica la propria fede nelle sole celebrazioni rituali; ma la negano ostinatamente e la tradiscono sistematicamente nelle liturgie quotidiane della vita vissuta. Non ho perso la mia Fede; ma essa è certamente divenuta "altro" in questa esperienza in cui la Parola è vera solo se si incarna ogni giorno in gesti e scelte conseguenti.
E' necessario però riflettere assieme a quanto la terribile tentazione nostrana del "tengo famiglia" ci induca spesso ad essere indulgenti verso coloro che hanno ceduto. Semprechè il loro cedimento e dunque la loro corruzione non abbia determinato costi diretti e mortali alla nostra vita, come è avvenuto invece per coloro che hanno visto devastate da stragi impunite la vita dei loro cari e per conseguenza tutta la loro vita di relazione. E dovremmo riflettere su quanto la medesima tentazione ci induca a classificare come "eroi" o "diversi", come fossero santi, coloro che hanno pagato tributi indicibili a quella che con volgarità chiamiamo solo "coerenza". Ad essi attribuiamo una "qualche esemplarità" insinuando  che essa è tuttavia difficile da imitare cosicchè solo ad essi ed ai loro emuli affidiamo la soluzione dei "mali del mondo". Perdiamo così la cultura della forza di una resistenza unita operata da diversi, e consegnamo alla morte ed alla inutile beatificazione quanti non vogliono rinunciare alla propria vocazione a vivere da uomini liberi.
Non è necessario per questa riflessione riferire ai Falcone, ai Borsellino, od a qualcuno di noi. Basterà pensare al testimone dell'omicidio del Giudice Livatino: un caso del tutto fortuito ne aveva  aveva fatto l'unico testimone del crimine consumato con assoluta ferocia. Di certo la sua presenza non fu rilevata dagli assassini, chè, diversamente, non avrebbero lasciato scampo neppure a lui. E' un uomo ordinario, con una vita ordinaria di lavoro, famiglia, casa, progetti, aspirazioni. Ma non ha giurato alcun impegno alla tutela sociale come quei militari che solennemente giurano di essere fedeli alla Costituzione a costo della vita. Ma quest'uomo, che deve rispondere solo alla propria coscienza, non arretra di fronte a ciò che sente giusto al di là di ogni condizione che gli permetterebbe di sottrarsi. E si offre per dare testimonianza alla verità. E perde tutto, a partire dalla sua sicurezza, nella nostra generale indifferenza. Perde lavoro, casa, affetti, senza neppure poter avvertire il calore di una solidarietà continua e concreta della gente.
Dunque non si può essere spettatori o lettori, di questa od altre storie, per provare solo emozioni e sensazioni senza comprendere che i giusti continueranno il loro cammino anche indipendentemete da noi, ma la loro sorte non è indipendente da noi. Che la solidarietà che avvertiamo, anche con genuinità, verso i perseguitati della storia, non muterà la loro vicenda umana se non sapremo pagare i nostri "piccoli prezzi" quando ciò diviene fondamentale per la salvezza di altri, quando non basta più la compassione delle parole.
Fu così che nel nostro Paese poterono portare i loro orridi frutti le Leggi razziali che escludevano i ragazzi ebrei dalla comune convivenza con i loro compagni. Ed i più reagirono con amarezza; ma fatalistismo. E tornarono a rinchiudersi a salvaguardia dei propri cari. E' così che la maggioranza di coloro che scamparono per un puro caso - un ritardo, un'improvviso cambio di programma, uno schermo fortuito di un altro corpo o di una esile struttura - ad una delle troppe stragi impunite è scomparso nel proprio anonimato accontentandosi della propria fortunosa salvezza, piuttosto che essere accanto, con maggiore lucidità ed altrettanta determinazione, ai parenti di coloro che rimasero vittime di quegli strazi.
Una delle Madres de Playa de Mayo, le Locas (pazze) come le chiamano in argentina, racconta di una delle fondatrici del Movimento. Essa aveva una figlia prigioniera, incinta e torturata, ed era una vera furia nel rivendicarne la liberazione. Le Autorità Militari erano preoccupate che la sua forza potesse trasmettersi ad altri e così le restituirono la figliola, malconcia ma salva. Ma dopo averla posta al sicuro in Messico quella madre tornò sulla Piazza al Giovedì successivo a chiedere conto con la stessa determinazione di ogni deçapareçido. Le Autorità le chiesero cosa pretendesse ancora dopo la restituzione della sua figlia e lei rispose: "Tutti i deçapareçidos sono divenuti i miei propri figli". Finì deçapareçida anche lei ma è forse proprio lei ad aver dato al Movimento la forza di non sparire nella stanchezza e nella indifferenza.
Cosa penseremmo allora di uno di quei vigili, posti davanti alle scuole per garantire la sicurezza dei nostri figlioli, se minacciato nei suoi propri affetti avesse tradito fingendo di distrarsi e di non vedere  consentendo che uno di quei figlioli finisse irretito da spacciatori? Ed una volta che fosse scoperto, consentiremmo ancora che continuasse ad essere retribuito per una vigilanza già tradita, per il solo motivo che fortunatamente la vittima non è stata il nostro proprio figliolo? E consentiremmo forse con le sue giustificazioni per i pericoli che avrebbe corso, lui con la sua famiglia, se avesse resistito e denunciato le minacce ed il ricatto per la corruzione? Pensiamoci, perchè è ciò che è stato consentito, al di là della sorte di ciascuno di noi, per ogni complice accertato ed indagato di ogni singola e di tutte le stragi.
Ecco allora che la nostra storia, di uomini del Movimento Democratico dei Militari, è divenuta una storia di veri  "credenti". Di coloro cioè che hanno professato, ciascuno secondo le personali caratteristiche e possibilità, il proprio credo con la propria vita e sulla propria pelle. Senza "formulari", solo apparentemente unificanti ma esclusivamente "recitativi". Con gli stessi valori, tuttavia, e per la medesima Giustizia.
Il Gen. Dalla Chiesa - che pure rimane totalmente "Carabiniere" nella sua specifica diversità - è la limpida testimonianza di un uomo che per fedeltà agli ideali (la sua idea addirittura "totalizzante" dello Stato, oltre la stessa Arma) ha giocato se stesso fino alla vita. Soffrendo la fatica della coerenza e l'amarezza della solitudine in cui lo spingevano gli occupanti del potere. Senza tuttavia vincere, quella fatica e quella amarezza, sulla determinazione del "credente"
Per questo le vicende degli uomini del Movimento non si sono espresse - se non in particolari frangenti e per il breve percorso che essi disegnavano (come può essere l'impegno per la approvazione della Legge di Riforma sui Principi della Disciplina Militare) - in realtà aggregate e politicamente strutturate. Il riferimento unico ed unificante divenne la Costituzione Italiana, nel Suo Spirito e nel Suo dettato fondamentale dei Diritti e dei Doveri dei Cittadini.
Per questo il Movimento di allora poteva schierare fianco a fianco uomini con una "cultura di conservazione" ed uomini con una "cultura di progresso" (che sarebbe infantile liquidare con la contrapposizione "destra-sinistra"), non dovendo noi progettare un nuovo modello politico di società; ma volendo solo confermare i principi fondamentali della convivenza di questo Paese. Per questi motivi potevamo scrivere, in un volantino del 1975, come fosse necessario, sulla riforma delle F.A., "...un grande dibattito con tutti coloro che sono consapevoli che come militari non potremo garantire ai cittadini altro che quei diritti che saranno riconosciuti agli stessi militari".
Conseguente fu la scelta di rifiutare, almeno allora, una strutturazione sindacale delle Rappresentanze Elettive che si invocavano con la Legge. Perchè un sindacato è chiamato a sostenere legittime "prove di forza" con una controparte. E ci appariva chiaro che nessun Sindacato dei Militari avrebbe potuto riconoscere come controparte il vertice gerarchico. La prova di forza dunque - era facilmente intuibile - sarebbe stata vissuta con il Governo e, peggio, con il Parlamento. Scegliemmo così, per quanto poi la formulazione della Legge e la successiva regolamentazione abbiano snaturato e disinnescato lo strumento, una rappresentanza interna all'ordinamento perchè questo, costituzionalmente, si informasse finalmente allo spirito democratico della Costituzione, sapesse contrastare e vincere ogni tentazione di qualsiasi vertice militare di imporsi sulle scelte poltiche, e dunque fosse in grado di "contaminare" piuttosto le F.A. con le attese ordinarie e la cultura ordinaria dei cittadini ordinari.
Scorreranno davanti al lettore fatti e vicende senza una grande preoccupazione di "documentazione" saggistica. Non ho da dimostrare nè giustificare nulla, anche perchè so che ogni parola è vera e sono pronto a risponderne davanti a chiunque ed a qualsiasi Tribunale.
Indagini apparentemente documentatissime - come potrebbe essere ad esempio il "Quinto Scenario", libro su Ustica scritto dal giornalista Gatti -, addirittura le Super-perizie di Super-esperti  su Ustica hanno dimostrato come si possano giocare facilmente le Verità con documenti costruiti e ricerche pilotate dagli interessi dei colpevoli assassini. Così pure abbiamo visto tragicamente usare validi giornalisti ed il loro impegno professionale di instancabile ricerca della verità su Ustica,  perchè una sagace manina dei servizi riuscisse a fare del loro lavoro su Ustica una inquietante fiction tutta tesa a salvaguardare un uomo, Capo del Governo e che molti non hanno potuto che identificare con Cossiga. Anche in questo caso è stato fatto prevalere il ruolo del "tengo famiglia" per confermare che anche un Primo Ministro, al modo di Pilato, "deve" soggiacere al potere più forte e più alto ed occulto, piuttosto che rimanere fedele alle proprie funzioni di garanzia. Io credo che la vita di ciascuno sia la più inoppugnabile testimonianza per accreditare la Verità.
E' tuttavia evidente che se questa storia ha trovato la sua fonte editoriale, il pur "pazzo" editore ha ricevuto quella documentazione che ha ritenuto necessaria e sufficiente per esporsi all'onere ed al rischio della pubblicazione. A lui va una sincera gratitudine ed il senso di una forte amicizia.
Nella mia vicenda, e dunque nel libro, è presente con forza la figura di un grande uomo e di un grande Vescovo, Giuliano Agresti Vescovo di Lucca. Egli mi è stato accanto con tutto l'affetto e la preoccupazione di un Padre. Tuttavia un padre che non voleva e sapeva di non poter sottrarre il suo figliolo alle esigenze di un Vangelo che non fa sconti a nessuno e chiede la responsabile fatica della testimonianza operativa e non solo declaratoria, cercando di non rompere la unità. Mai, anche quando avrebbe forse voluto, mi ha offerto soluzioni o ricette. Aiutandomi solo ad essere leale fino ad essere spietato nella verifica con me stesso sulla genuinità della mia ricerca. Nel 1990 quando si andava ad aprire una rinnovata stagione di lotte e di sofferenze la sua presenza come luogo di verifica e di confronto mi è venuta meno, quasi un segno che l'ultimo tratto di strada va sempre fatto da soli. Ma anche la sua morte umana è stata una terribile e meravigliosa lezione di vita.
Ognuno di noi, credo, è stato una persona normale. Con gli stessi normali desideri e le stesse piccole aspirazioni dei più: di vita, di carriera e di serenità. Ciascuno di noi è stato sconvolto, in questi ordinari progetti di vita, da situazioni per lo più inaspettate, sempre diverse per ciascuno di noi. Ed ognuno ha dovuto scegliere, la prima volta, senza poter prevedere ciò che quella scelta avrebbe potuto determinare. Ciascuno di noi si è trovato lanciato in un campo minato, in cui l'unica possibilità di salvezza è quella di andare avanti. Con cautela, ma avanti. Quasi tutti, alla fine, siamo saltati in aria.
Senza alcuna presunzione, e piuttosto con il rammarico ed il rimpianto per la consapevolezza di quello che la vita di ciascuno poteva essere e non è stata, siamo tuttavia consapevoli che abbiamo bonificato un tratto di cammino all'interno del campo minato. Chi volesse sa di poter percorrere in sicurezza quello stesso tratto, per ricominciare da lì l'opera di bonifica. Così è oggi per tutti i militari e per le loro rappresentanze elettive, che godono diritti per i quali ci battemmo noi, quando rivendicarli era considerato un crimine contro la Gerarchia Militare e contro le Istituzioni. Ma questi diritti vengono vissuti a volte con la superficialità e la sciatteria di chi ha trovato tutto già fatto. Accade anche agli studenti, a volte, per gli spazi di partecipazione nella scuola, accade a volte ai cittadini per le libertà costituzionali.
Ma nulla ci è stato ottenuto gratuitamente. E la perdita della Memoria Storica è un colpevole alibi che ciascuno si crea per evitare di sentirsi chiamato a bonificare nuovi tratti di campi minati
"E' impossibile pentirsi". Sono le ultime parole, della mia ultima memoria difensiva nell'ultimo procedimento disciplinare militare. Era il Maggio 1983 e sedevo davanti alla Commissione di Disciplina che avrebbe proposto, ai responsabili politici, la mia radiazione. Una squallida commissione presieduta dal Gen. Zauli [...]. Una commissione che aveva violato ogni regola, negato ogni garanzia, evitato ogni indagine ed accertamento pur di certificare la mia indegnità a rivestire il grado. Ma l'Ufficiale Segretario non potette esimersi dall'obbligo rituale di leggere a voce alta ed integralmente la mia memoria che era piuttosto un atto di accusa e di congedo: "Anche senza il volo, anche senza divisa, continuerà la mia fiducia nelle istituzioni, il mio limpido impegno di Uomo Libero. E' impossibile pentirsi".
E' impossibile perchè ciascuno di noi ha conosciuto il volto del potere, deformato in violenza insindacabile e sanguinaria. Abbiamo visto il ghigno dei Gen. Tascio di fronte alle stragi di cittadini inermi, lo abbiamo visto e sentito mentre dileggiava il Parlamento e le Istituzioni, impunito e consapevole della garanzia, anche politica, di impunità. Io ho visto la menzogna elevata a sistema di fronte ai corpi smembrati di 38 ragazzi, allievi della Accademia Navale, morti con il loro Ufficiale accompagnatore, con i quattro uomini dell'equipaggio ed il loro stesso carnefice, nella tragedia del C-130 sul Monte Serra. Ho visto la verità sulla loro morte occultata dal Gen. Tascio, e di nuovo tradita con squallide menzogne dai suoi successori 17 anni dopo, in nome di una incomprensibile "onorabilità" dell'Arma Aeronautica. Ed ho visto il Giudice Sciascia imporsi di "non-vedere" e "non-capire", forse compreso del grave rischio che questo avrebbe potuto comportare. Non so se alla sua persona od alla sua carriera.
Noi tutti abbiamo visto i nostri colleghi ed amici di ventura carcerati, processati, sospesi per anni dall'impiego e dallo stipendio, scippati di ogni diritto per quanto questo fosse ribadito da successive sentenze di Tribunali Ordinari ed Amministrativi. Portati via con la camicia di forza, minati nella serenità personale e familiare. Uccisi con cinica determinazione, come io credo - ed ho ribadito in esposti, ricorsi e pubbliche trasmissioni - sia avvenuto per Sandro Marcucci, cui mi legò una senso di fraternità ancor più che di amicizia e di militanza. E sempre abbiamo dovuto registrare la sicurezza di una "superiore" garanzia di impunità. Ogni lettore infatti potrà verificare se mai un qualsiasi generale Tascio, incriminato per uno qualsiasi dei tanti reati individuabili intorno ad una strage, o che abbia mentito spudoratamente al Governo ed al Parlamento venendo successivamente smentito da fatti e documenti incontestabili, abbia poi trascorso un solo giorno in carcere o sospeso dall'impiego. Ricordate? Il Gen. Tascio venne messo a disposizione del Capo di Stato Maggiore, cioè di quel Gen. Nardini che due anni dopo sarebbe stato incriminato per il medesimo reato - "Alto Tradimento" - contestato al suo "affidato". Una procedura che assomiglia dunque più ad un "protettorato" per il criminale, che non ad una funzione di "controllo" e di garanzia per il Paese. (oggi-gennaio 2007 - per a strage di Ustica sono stati assolti tutti, n.d.r.)
A  Sandro Marcucci, alla sua famiglia, alle famiglie di tutti noi è dedicato lo sforzo di raccogliere in questo libro la Memoria del nostro impegno.
Alla Aeronautica Militare Italiana, ai suoi tanti splendidi uomini e colleghi, umiliati ed offesi da anni di volgari menzogne ed ancor più dalla incapacità di reagire e liberarsi dei pesi che criminali  e delegittimati occupanti dei suoi vertici istituzionali hanno posto sulle loro coscienze e sulla loro immagine, è dedicato il desiderio di offrire una memoria in cui possanno ritrovare la storia di altri colleghi, ma anche e soprattutto la loro storia di dignità, senza la quale forse neppure noi avremmo potuto essere quel che siamo stati.
A Luciana, Sasha, Leonardo e Talitha - la mia famiglia - che più di tanti altri hanno resistito rocciosamente accanto a me, nonostante tutto, prima che colpo dopo colpo anche la loro fiducia e resistenza fosse piegata, nella amarezza incolmabile a cui le minacce e le azioni vili contro la vita e la serenità dei figlioli li ha condotti, ingenerendo il coinvolgimento di una "indifferenza" mia personale alla loro sorte pur di portare avanti comunque il mio personale "delirium", è dedicata questa Memoria.
Perchè ciascuno di noi possa avere un giorno qualcosa di cui poter essere "orgoglioso" in una qualche misura. Senza potersi vantare di nulla, perchè non è possibile farlo della sofferenza che si è costretti a portare direttamente o come riflesso e conseguenza delle azioni di chi ci è accanto. Ma non credo giusto che solo i figli dei grandi corruttori di Stato possano pubblicamente attestare il loro orgoglio per genitori che si sarebbero persi, cioè corrotti, "a causa della politica sporca". Piuttosto che denunciarla loro, quella corruzione, per salvarla, quella politica. Mentre hanno usato della corruzione, distruggendo la politica, per garantire a se stessi ed ai propri figlioli benessere e sicurezza di vita. Nè più, nè meno, di ciò che ha fatto e farà sempre ogni "capo-mafia", di cui è nota la devozione al concetto di "famiglia". I figli di Totò Riina ed i figli di De Lorenzo, ognuno secondo il suo stile, ognuno con i mezzi che sono stati loro offerti, hanno potuto rivendicare il grande amore per i propri padri, dimenticando che l'uno e l'altro avevano costruito il proprio potere, e dunque anche la loro condizione sociale ed economica di figli del "boss", sul sangue dei poveri. E la scelta di farlo con la tutela della attività politica è ben più infame di chi comunque è rimasto un "bandito" dalla società civile, anche quando era nella pienezza del suo potere criminale.
No, non credo giusto che i nostri figli possano averci rinnegato a causa di ciò che hanno dovuto subire per la Verità e la Giustizia, senza avere nulla che, nel momento in cui le ferite saranno meno vive ed i dolorosi strappi potranno essersi in qualche misura ricomposti, possa loro consentire di rileggere la propria storia come una storia di dignità.
Voglio che essi sappiano e ricordino che tanti Ufficiali argentini tornavano a casa a preoccuparsi con dolcezza ed amore dei loro figli e del loro futuro, dopo aver terribilmente torturato uomini donne e bambini, in nome di una obbedienza dovuta che non ha invece - non deve avere - alcun diritto di cittadinanza nella civiltà dell'uomo. Voglio che sappiano che costoro hanno gettato vivi, da aerei in volo, tanti di quegli uomini che avevano preventivamente torturato. E che questo è avvenuto sotto gli occhi di cappellani militari, anch'essi dichiaratisi impotenti ad intervenire per non creare difficoltà ai rapporti tra la Chiesa ed il Potere. Rapporti che si riassumevano, in quei giorni, in accanite partite di tennis e successive docce, prima di lauti pasti, del nunzio apostolico con qualche generale golpista.
Voglio che sappiano che costoro, per tacitare forse le loro coscienze, hanno aggiunto orrore ad orrore adottando come figli i bambini delle loro vittime, sottraendoli ai loro parenti superstiti. Voglio che ricordino che si narra che sul fondo di uno dei campi di sterminio, Auschwitz o un altro poco importa, ci fosse una casetta con fiori e tendine alle finestre, dove un uomo rientrava a sera accolto dai figlioli che abbracciava teneramente. Quell'uomo era il comandante, che aveva trascorso il giorno a far condurre altri bimbi ed altre madri verso i forni crematori, dopo averli divisi ed umiliati e torturati. E che questo, non altro, ha fatto ogni militare italiano il quale, avendo visto, abbia taciuto, avendo ordini criminali abbia eseguito per paura e complicità, ed abbia continuato a vivere come persona ordinaria, senza nulla rischiare del suo onore e della sua sicurezza di vita, giustificando se stesso con l'alibi della famiglia, con l'alibi che "al superiore potere non è lecito opporsi e comunque non ci si può opporre". Oppure con il rischio della vita che sarebbe derivato dall'opporsi. Quello stato di costrizione, derivante dalla subordinazione gerarchica ad un criminale, con il quale alcuni - troppi - cercano di convincersi che le azioni dei Priebke della storia possano essere in qualche maniera riconosciute "non colpevoli".
Questa terribile cultura dice allora che basta ad ogni criminale riuscire a scalare l'ordine gerarchico-funzionale per garantirsi una passiva e cieca obbedienza. E non è forse quello che ha fatto e fa ogni mafia criminale? Essa almeno non si cela dietro costituzioni e leggi. Ma questa cultura è anche falsa da un punto di vista strettamente militare. Perchè, secondo questo paradigma, un qualsiasi militare, di fronte ad un nemico che non deve rispettare alcuna garanzia nei suoi confronti, se non l'obbligo di ammazzarlo, potrebbe giustificare la sua diserzione nello "stato di costrizione" determinato dal pericolo di vita determinato dall'avversario. Non vi sembra? E' questa miserevole cultura che ha costruito i tanti nostri 8 Settembre. Anche, se proprio da ogni 8 Settembre, laddove sembra che si sia raggiunta la conclamazione di una cultura di viltà, possono poi nascere le espressioni più lucide di una piena capacità di responsabilità, come fu per la Resistenza ed i tantissimi militari che vi aderirono immediatamente, sebbene tardivamente rispetto alla precedente oggettiva complicità e funzionalità ai progetti devastanti del Fascismo. Ma ciò testimonia che tutti possono "riscattare" il poco coraggio e la passività, con una ritrovata dignità di persone e di popolo - che tale è infatti chiamata , cioè riscatto, la nostra stagione di Resistenza -. Sarebbe criminale lasciare che questa capacità di ritrovare una dimensione umana venisse lasciata ai soli "pentiti di mafia", killer di centinaia di omicidi, senza riuscire a riconoscere quanto la nostra singola e personale passività sia stata complice di quegli stessi delitti.
A loro, i miei figli, che l'hanno ascoltata tante volte da me,  ed a tutti coloro che avessero la ventura di confrontarsi con questa storia non posso non ricordare una "massima" che ha sempre guidato la mia vita da quando uno degli educatori della mia giovinezza me la inchiodò nella pelle: "Abbiamo una o due volte, nella vita, l'occasione di essere eroi; ma tutti i giorni abbiamo la opportunità di non essere vigliacchi"
Qui si gioca, molto semplicemente, la possibilità che altri raccolgano il testimone, là dove noi siamo stati costretti a lasciarlo, per continuare a bonificare altri tratti di terreni minati, e rilanciare la corsa di una storia di civiltà. E' tutta qui la storia dell'Uomo, del suo cammino di liberazione dai miti della violenza e della guerra verso la ricerca  della civiltà fondata sul diritto, e degli strumenti di Pace. Qui si gioca  questo rinnovato equivoco dell'eroe. Perchè non esistono eroi. Essi erano solo persone normali che non hanno voluto essere vigliacchi, e che sono divenuti eroi perchè gli altri li hanno lasciati soli. E soli sono morti, facendo solo ciò che era giusto e doveroso fare.
Certo potremmo chiederci "che senso abbia" bruciare così la vita propria e quella dei propri cari, ed avere la amara sensazione che si tratti soltanto di gocce inutili in un grande ed arido deserto. Potrebbe sembrarci lontano ed insignificante quello che scrissero con tanta serena dignità e forza - senza nascondere nè le paure, nè la amarezza, umanissime - i tanti condannati a morte della Resistenza, di ogni ceto sociale e di ogni livello culturale.
Ma può essere utile pensare che, se ogni goccia compie con fedeltà il suo percorso, è indubbio che le gocce finiranno per incontrarsi e diverranno sorgente e poi ruscello e poi fiume ed infine mare. Tutto questo non è poesia ma la Legge fondamentale della Vita, immutabile. Dove essa viene tradita tutto diviene arido ed infecondo. Questa semplice certezza è stata la pelle ed il sangue di ciascuno di noi. La sofferenza e la consapevolezza di "aver perso" non possono mutare il giudizio finale: "E' impossibile pentirsi".
Mario Ciancarella