CAPITOLO 10
Era il 1° Luglio 1975. Decollavo, con un entusiasmo totale, per la mia prima missione transoceanica come navigatore di C-130. Due velivoli, capo missione il Magg. Greco. Avremmo attraversato, per un periodo di un mese, tutti gli Stati Uniti, accompagnando, nella loro crociera di fine corso, gli aspiranti Ufficiali della Accademia Aeronautica.
Era una tappa importante anche per la mia formazione professionale. Sull'oceano avrei dovuto verificare la mia capacità di utilizzare tutta la strumentazione a disposizione del navigatore (certamente più obsoleta delle attuali piattaforme inerziali; ma proprio per questo più "umana") quali il Loran, il sestante per la navigazione stellare, e le carte nautiche per la navigazione stimata, utilizzando le informazioni meteorologiche previste, a terra, lungo la rotta e verificandoli con i dati forniti, in volo, dal doppler. Ma se nel volo verso gli USA tutto questo venne vissuto con piena soddisfazione professionale e partecipazione personale, il ritorno fu un volo dalle prestazioni pessime. Tanto che un giovane cadetto, che assisteva curioso al mio lavoro, dovette aiutarmi a riconoscere e correggere un madornale errore di calcolo del vento che stavo comunicando al mio istruttore, il Magg. Baiguera. Una persona profondamente cambiata, un Ufficiale "diverso", stava rientrando in Italia da quella missione di volo nata con tanto entusiasmo.
Eravamo atterrati a Saint-Louis, come prima tappa. E subito avevo avuto la mesta e deludente rivelazione che il desiderio più diffuso tra molti dei colleghi di equipaggio sembrava fosse solo quello di vivere qualche esperienza sessuale. Con una ossessione che appariva morbosa e che fece succedere, durante il tour, le cose più folli: telefonate in camera all'una di notte per chiederti di liberare la stanza, perchè qualcuno aveva "rimorchiato"; un Ufficiale della missione che ritiene di aver fatto colpo, nel night dell'Holiday-Inn, su una nera meravigliosa, che si rivelerà in camera essere una professionista del sesso, con urli e trambusto alle sue pretese, non condivise, di "anticipo" per le prestazioni che si andavano a consumare. E così via.
Fin dalla prima sera, avevo così deciso che, se nessuno si fosse aggregato, nelle varie tappe ed appena fosse stato possibile, avrei noleggiato un'auto e sarei andato in giro da solo. Per vedere quanto più possibile di quel mitico Paese, conoscere quanto più possibile delle situazioni e dei contrasti. Cercare di capire qualcosa di più di quel popolo che avevo vissuto con tutta la contraddizione di chi era cresciuto con la cultura del Western classico e della grande frontiera. Di chi aveva condiviso poi, appena adolescente, le brevi stagioni, affogate nel sangue per gli omicidi dei suoi leaders, della speranza e della "nuova frontiera" della solidarietà e dei diritti di eguaglianza. La stagione dei Kennedy e dei Martin Luther King. E poi ancora la stagione della rivisitazione critica della conquista e del genocidio degli indiani d'America. Ed infine quella della solidarietà con il popolo del Vietnam, dello sconcerto e della indignazione per le efferatezze di quella guerra, di cui la strage di Mylay aveva rappresentato, per me, il terribile apice. Ero consapevole tuttavia che essi, gli americani, rimanevano il mio maggiore referente "professionale".
E' con questo "contraddittorio" bagaglio culturale che avevo visitato da freschissimo sottotenente la portaerei Franklin Delano Rooswelt, nella baia di Napoli, con contrastanti emozioni ed innegabile soggezione al fascino che emanava da quella unità di guerra. Avevo discusso, per la prima volta, della guerra combattuta con gli ufficiali che vi incontrai.
Avevo anche conosciuto i piloti di quegli aerei col teschio (gli “Assi di picche” preannunciatori di morte) che, reduci dal Vietnam, erano a Napoli per un periodo di "riabilitazione" e "riambientamento sociale" prima del rientro negli States. Alcuni di loro avevano vissuto in una palazzina accanto a quella abitata da mia moglie e me sulla spiaggia di Licola e, dai brevi contatti con questi giovani ma "già vecchi" piloti, carichi "per servizio" di droga e di alcool, di cinismo e di estrema fragilità emotiva insieme, a causa delle esperienze consumate in Vietnam, avevo avuto descrizioni raccapriccianti degli effetti delle missioni di bombardamento al Napalm sui villaggi vietnamiti. E di come un pilota si potesse e dovesse costringere, con l'assunzione di allucinogeni, a fare anche ciò che non sentiva più "come la cosa giusta".
Rimanevo tuttavia sempre e profondamente colpito da come ciascuno di essi mantenesse una fiducia incrollabile nelle "buone ragioni" del proprio Governo a muovere guerra per rispondere ad una “vocazione salvifica” del mondo e contrastare il pericolo della diffusione dell’ideologia e del potere "comunista". C’era in loro un convincimento assoluto che ogni azione di guerra rispondesse comunque alla difesa della libertà del mondo e del "way of life" (il modo di vita proprio) del popolo americano. Era sorprendente ed affascinante scoprire come, nell'immaginario di ciascuno di loro, vi fosse la certezza che ogni azione bellica non sottraesse alcuna risorsa alla nazione, ma fungesse addirittura da traino alla ripresa economica e dei consumi ("perché ad ogni guerra nuovi operai entreranno nelle fabbriche, per la produzione necessaria di nuovi armamenti, e potranno cosi’ migliorare il loro livello di vita e soddisfare i propri bisogni, grazie alla libertà che noi stiamo garantendo a ciascuno di loro con le nostre operazioni di guerra. Fino a quando, ci auguriamo tutti, non ci sarà più bisogno di guerre"). Non mi era mai accaduto, nè mi sarebbe accaduto in seguito, al contrario di quanto avveniva con certi tronfi e pomposi comandanti nostrani, che un militare americano mi parlasse con affetto o desiderio di azioni di guerra. Essi ne parlavano solo come una "tragica necessità".
E per quanto tale convincimento possa apparire strumentale e astutamente indotto da coloro che mirano alla conservazione di un potere "occulto", pur mascherato di democrazia, oggi sono profondamente convinto che sia possibile recuperare a culture politiche diverse - finalizzate cioè alla pace anche nella scelta di strumenti di soluzione di controversie internazionali diversi dalla guerra combattuta - il grande potenziale di umanità e di genuina aspirazione alla vera pace conservato nel popolo americano ed in ogni altro popolo.
Senza che ciò possa escludere quei sistemi di protezione e garanzia delle collettivita’ sempre più simili ad una Polizia Internazionale che non ad un Esercito. Tutto sta a che i detentori del potere vogliano percorrere davvero queste nuove ed inesplorate strade, con lo stesso spirito di conquista di una "nuova frontiera". Ed il pericolo maggiore è costituito piuttosto da quanti "amano" la guerra per non essere mai riusciti a viverne le forti "emozioni" e la "gloria" conseguente. Tutto naturalmente sulla pelle dei cittadini o dei propri sottoposti.
Vivevo dunque le mie personali contraddizioni rispetto a quel popolo e alla sua storia, e volevo cercare di capire anche le contraddizioni che avevo riscontrato in quei colleghi piloti americani, "veterani" di esperienze che per me erano solo teoria e studio, e che in me suscitavano sentimenti oscillanti tra il timore e la affabulazione fascinosa.
In quel primo giorno a Saint Louis, avevo visitato il magnifico zoo ed ero rimasto esterrefatto e sconcertato davanti al monumento alla spina triplex, immerso nel verde di un parco. Iniziavo così a riconoscere la grande ansia e ricerca di una storia propria ed una cultura vera, che animano e condizionano, io ritengo, questo giovane popolo. Ansia e ricerca di "una dignità storica" che sia riproponibile, in qualche misura, in monumenti e testimonianze culturali.
A sera mi ritrovai solo su uno di quei battelli turistici a ruota che viaggiano sul grande Mississipi. Convivevo con i miei pensieri e le mie sensazioni quando fui avvicinato da un giovane, nero, di poco più anziano di me. Sembrava mi conoscesse, e mi parlò subito con grande confidenzialità e sincerità, chiedendo conferma che fossi un membro dell'equipaggio italiano in missione. Fui subito sulla difensiva, chiedendo perchè ciò gli interessasse, pur confermandolo nella sua affermazione. Ma ispirava una certa fiducia. Forse, non lo nascondo, proprio per il suo colore. Pregi e difetti di una vita allora molto più ideologizzata di quanto non sia ora, o meglio, se si vuole, non ancora sufficientemente educata e strutturata per reagire correttamente alle novità, con meccanismi lucidi, per quanto dettati dalla "ideologia", di analisi e valutazione. E mi sciolsi subito quando mi disse di essere un giovane capitano dell'esercito americano.
Sebbene potesse apparire sfacciato, il suo successivo colloquio, tutto centrato sulla memoria del "suo popolo nero", che su quel fiume e intorno alle sue rive aveva patito tanta umiliazione e sofferenza, fino al riscatto ed alla integrazione attraverso la dura lotta di rivendicazione di una ritrovata dignità, era perfetto per farlo entrare nelle mie simpatie, e abbassare il livello delle mie difese.
Non dovevo avvertire, evidentemente - ma allora non ero assolutamente in grado di fare questa valutazione -, di trovarmi di fronte ad un "americano" che fosse espressione della conquista violenta e della esibizione, storicamente contemporanea, della potenza e della superiorità assolute. Ma piuttosto dovevo sentire di essere di fronte ad un esponente "povero" di quel giovane popolo nato dalla "integrazione" delle tante realtà diverse e dal superamento delle tante sofferenze patite. Riunite insieme, quelle diversità, nel grande sogno di un Paese dove ciascuno può costruire liberamente il suo destino e dove tutti si ritrovano concordi nella necessità di difendere quel sogno di libertà e si convincono del compito storico di esportare e tutelare, nel mondo, quel medesimo sogno.
Un gioco forse puerile ma dal quale rimasi subito affascinato e del quale sarei stato pienamente consapevole solo alla fine. Un gioco che testimoniava quanto io fossi stato studiato anche nelle pieghe piu’ nascoste della mia psicologia. E quando ne fui finalmente cosciente provai, per sempre, una sensazione di profondo disagio, al pensiero che altri possano studiarti in maniera così approfondita ed intima, senza che tu ne sia consapevole e partecipe. Cioè al di là ed indipendentemente dalla condizione che tu possa essere o non essere consenziente.
Ci lasciammo all'attracco, con un messaggio ancor più strano del mio compagno di serata: mi disse che anche lui stava facendo un giro degli States "per una missione", e che ci saremmo certamente rivisti, o in qualcuno dei nostri scali, che a loro erano evidentemente noti, o ad Orlando, in Florida, ultima tappa del nostro viaggio. Orlando, vicina a Cape Kennedy, dove lui abitava con la sua famiglia che promise di farmi conoscere.
Quando arrivammo ad Orlando, in realta’, lui era ormai per me "una presenza nota", divenuta tale con apparizioni successive e fugaci, ma nelle quali aveva scandagliato sempre più a fondo i miei sentimenti, le mie conoscenze, i miei pareri politici e sociali, senza tralasciare tuttavia di "rivelarmi" (con quanta verità non saprei dire neppure oggi) i suoi.
Lo avevo di nuovo incontrato ad esempio a San Francisco, al porto, dove mi sorprese mentre sceglievo uno di quei granchi giganteschi (crab) da farsi cucinare all'istante in pentoloni fumanti, dai pescatori dei chioschi, che li esponevano in grandi vasche. Mi insegnò così a preferire il granchio surgelato del Labrador, piuttosto che l'apparentemente più invitante granchio vivo locale. E non si trattava di pietà per quelle povere bestie gettate vive dalle loro vasche di acqua marina direttamente in pentoloni di acqua bollente; ma solo di valutazioni sulla diversa qualità delle acque in cui vivono e del conseguente sapore delle carni. E tra l'uno e l'altro di questi utili suggerimenti ed altre piccole ma preziose informazioni, sulle abitudini di vita o sui luoghi turistici più suggestivi da visitare, il discorso scivolava sempre sulla professionalità e poi verso la politica, i regimi economici, gli avvenimenti politici e sociali dei nostri Paesi.
Poi ancora lo incontrai a Marineland, nelle vicinanze di Los Angeles, dove si disse molto affrettato, ma mi diede l'impressione di essere piuttosto disturbato dalla presenza di un paio dei miei colleghi con i quali ero in compagnia e dai quali mi ero momentaneamente separato. Sembrò a disagio per il loro possibile arrivo e l'eventualità delle ovvie presentazioni che ne sarebbero seguite. Mi aveva salutato così, velocemente, dopo aver scambiato davvero pochissime parole, vicino al chiosco delle patatine mentre i miei colleghi si erano attardati alla vasca di un esemplare femmina di leone marino.
Questa aveva partorito in cattività e trastullava il suo cucciolo nuotando sulla schiena e tenendolo abbracciato con le pinne sul petto: uno spettacolo bellissimo, carico di grande tenerezza, inaspettata in un bestione di quella mole.
Tra un incontro e l'altro c'era regolarmente, nei successivi scali o in qualche cerimonia pubblica a cui fossimo costretti a partecipare con i cadetti e lo staff della Accademia, qualche militare americano, sempre rigorosamente e maledettamente "nero", che mi salutava da parte sua. Del mio "buon amico", il mio "anonimo" amico John. E ciò mi procurava un "sottile piacere" e suscitava la lusingante impressione di essere seguito con molta attenzione ed amicizia, una specie di privilegio, per quel giovane sottotenente che ero, rispetto ai miei tanti superiori degli equipaggi in missione.
Quando tuttavia stava per insospettirmi quel suo spuntare dal nulla solo in luoghi di divertimento, dove sembrava sempre più improbabile che l'incontro potesse avvenire per caso, lo trovai invece in una base militare. Quella di Andrews se non vado errato. E comunque fu in uno scalo nel deserto del Nevada, vicini a Las Vegas, dove con dei colleghi non avevo perso l'occasione di fare un salto in citta’ per vedere e conoscere quel mondo incredibile legato esclusivamente al gioco. Naturalmente la visita a Las Vegas si era consumata con qualche piccola e doverosa, quanto perdente, puntata alle macchinette mangiasoldi.
Il nostro aereo aveva avuto una avaria ad uno dei motori di sinistra, ed al mattino, prestissimo, ero stato con i sottufficiali dell'equipaggio a seguire il loro lavoro. Eccezionali come sempre, con una temperatura che sfiorava, già alle nove del mattino, i 40° - ma con un secco tale che si avvertiva quasi "freddo" per le "correnti d'aria" che si creavano tra la parte del corpo esposta al sole e quella all'ombra -, i nostri uomini avevano risolto il problema lasciando di stucco gli scettici colleghi americani.
Questi ultimi sono infatti certamente abili ad organizzare ed eseguire il lavoro, quando si tratta del loro metodo ordinario di sostituzione integrale dei pezzi. Appaiono molto più in difficoltà, e addirittura stupefatti di fronte alla capacità inventiva dei nostri, quando si tratta di uscire dallo "standard" per inventare soluzioni meccaniche idrauliche od elettriche; e addirittura stupefatti di fronte alla capacità inventiva dei nostri specialisti in questi particolari frangenti. Tanto che essi dicevano: "gli italiani fanno tutto con niente". Non fui certamente molto utile ai nostri specialisti, in quel loro impegno tecnico, anche se avvertii per molto tempo ancora una specie di loro "orgogliosa soddisfazione", più ancora che gratitudine, che un Ufficiale fosse stato con loro.
Quando ci separammo per tornare ai nostri rispettivi alloggi, per fare una doccia o andare in piscina, mentre camminavo tra quelle aiuole, continuamente innaffiate, di erba verdissima e fiori e piante rigogliosi (ma tutto, drammaticamente di plastica!), e su quei viottoli in alcuni dei quali il brecciolino era stato preventivamente colorato di verde nelle betoniere (in una studiata politica di rilassamento psicologico, mi avrebbero spiegato, che rendeva più facile l'adattamento alla vita nel deserto, anche sfruttando l'effetto ottico del verde), mi ritrovai accanto il mio strano "amico".
Subito centrato sul "problema", ed ormai vicino alla "stretta finale" come avrei capito da lì a qualche giorno.
Partì proprio da quel mio essere stato con i "tuoi uomini al lavoro sotto il sole". Cosa che a suo dire mi faceva diverso dai tanti "fregnoni italiani" che lui disse di aver conosciuto tra gli Ufficiali Italiani. Aveva sempre la stessa capacità di mettermi subito a disagio. Diceva cioè cose che avrei anche potuto riconoscere come - purtroppo - giuste e vere. Cose che dette da un altro inevitabilmente lusingavano la mia presunzione. Anche se la mia rabbia era che quei miei comportamenti non fossero la "normalità" nei rapporti che avrebbe dovuto avere invece un qualsiasi Ufficiale con i suoi uomini di equipaggio. E quelle cose non avrei voluto davvero sentirmele dire da un americano! Appena mostravo il mio disappunto con qualche battuta di risposta, lui però rideva forte, mi batteva una manata sulla spalla e mi faceva "Okay, okay, patriota".
Ma quella doveva essere una mattina di "lezione", e non di discorsi così generici. Mentre mi accompagnava al circolo, per bere un drink, mi disse che aveva riflettuto molto alle cose che ci eravamo detti, parlando di Mylay, e della strage di Piazza Fontana a Milano. E di essere rimasto colpito della mia accusa che lui sembrasse condividere ed approvare la strage americana in Vietnam. E ancor più lo avesse turbato che, in qualche maniera, io avessi messo quella strage sullo stesso piano di quella di Milano. E pensava di dovermi dare delle spiegazioni.
Ero terribilmente interessato, anche se pensavo che il mio inglese approssimativo e quasi esclusivamente tecnico ed il suo italiano molto incerto - anche se oggi sono convinto che in realta’ egli fingesse solamente di non possedere in pieno la nostra lingua - avrebbe reso quella spiegazione-lezione estremamente faticosa. Tuttavia, quando lui era certo che io avessi afferrato un concetto e che non ne rimanevo scandalizzato (e dunque non ci fosse bisogno di correggere e chiarire quello che avrebbe dovuto sembrare un mio aver equivocato le sue parole, addossando la responsabilità alla mia scarsa conoscenza e comprensione della lingua), allora d'improvviso, riusciva a spiegarlo, quel concetto, arricchendolo di sfumature in un italiano ancora grammaticalmente e foneticamente approssimativo, ma che si arricchiva sorprendentemente di vocaboli anche non di uso comune.
Il primo concetto era relativo alla cultura americana dello Stato e della legalità.
"Vedi, mi disse in sostanza, l'America è impegnata in tutto il mondo a difesa della libertà. E questo tutto il popolo americano lo sa e sente che è giusto. Non è facile però spiegare alla gente semplice che la guerra, anche la guerra fredda, è una cosa molto sporca. Noi abbiamo scelto di fare questa cosa sporca per garantire quell'impegno americano con il mondo, ed in tutto il mondo. E questa è una cosa giusta. E grande."
"Così noi, nelle nostre scuole, siamo preparati ad essere consapevoli di questo, ed a tenere sempre presente la fede e le esigenze di fiducia nelle Istituzioni del nostro popolo e del nostro Paese. Noi sappiamo che potremmo essere costretti a fare delle cose orride, di cui un cittadino americano difficilmente capirebbe la necessità. (E fece, con terribile cinismo ma dichiarata esagerazione, l'esempio di madri costrette ad assistere alla esecuzione dei loro figli se non si fossero convinte a parlare rivelando informazioni vitali sulle basi nemiche. E della necessità di sopprimere poi anche quelle madri, se esistesse la possibilità concreta, per la loro delazione, di mettere a rischio la vita dei "ragazzi" delle squadre americane. "Una cosa orrida, a cui speriamo di non dover mai essere costretti; ma che pure dobbiamo imparare a considerare come possibile, per la nostra sicurezza"). "E tutto dovrà rimanere segreto, perchè il popolo non sappia e non sia turbato da ciò che noi siamo costretti a fare, e che loro potrebbero non capire, per sopravvivere e continuare a combattere per garantire la loro serenità, il loro modello di vita e la loro libertà."
"Ma - e questa fu la vera rivelazione - "se uno stronzo di gionalista o di politico" tira fuori qualcosa, noi sappiamo che il Paese ne rimarrebbe scosso e correrebbe il rischio di perdere la fiducia nelle sue istituzioni. Ecco perchè noi sappiamo che, se viene a galla una delle tante sporche storie della guerra, noi dobbiamo essere pronti, immediatamente, ad alzare la mano e dire "Eccomi, sono stato io. Ho fatto ciò che sentivo giusto, e se ho sbagliato mi affido alla Giustizia del Governo degli Stati Uniti"."
"E il popolo tornerà subito a sentirsi orgoglioso di sè e delle sue istituzioni. E di ciascuno di noi, anche avesse sbagliato. E restituirà pienamente il suo consenso e la sua fiducia alle Istituzioni perchè tutti possano continuare ad operare per il giusto ed il bene del Paese. Avremo ricreato cioè la base su cui si fonda la democrazia: la fiducia e la conseguente delega a governare. Il popolo sa che ciascuno di noi, dall'ultimo soldato al Presidente, sta lavorando con coscienza, per una causa giusta e dura. E sopratutto sa che ciascuno di noi è pronto a rispondere di ogni sua azione."
"Tu forse non puoi capire - disse - quanto sia pericoloso, per gli Stati Uniti, quello che stanno facendo tanti "stronzi di reduci", "imbeccati dai comunisti". Essi non capiscono quanto l'America stia facendo per loro e per alleviare le loro sofferenze o mutilazioni, la loro difficoltà a reinserirsi in una società in cui la violenza è bandita e considerata un crimine. E non si sentono più orgogliosi di aver saputo combattere per il loro Paese e per il mondo libero".
"Ma ora, attraverso questi reduci, i Russi cercano di far perdere fiducia al popolo americano nel suo Governo. Non per singoli fatti, ma per la scelta della guerra in sè e la sua conduzione. Cercando di far dimenticare la motivazione fondamentale che ci costringe a quell'impegno: il contrasto alle loro mire di controllare tutto il mondo, privandolo, in nome di una uguaglianza falsa, di ogni libertà. E' il Presidente che in pratica viene accusato".
"Ma se osservi bene vedrai che il nostro Presidente, ogni volta che è costretto, agisce come ciascuno di noi. Egli rivendica di aver combattuto e di combattere, con tutto il popolo americano, con i suoi giovani migliori, in territori ostili e lontani dalla Patria, una guerra per la libertà e la democrazia di tutti i popoli, anche se è consapevole di quanto sia difficile per il popolo americano e per i combattenti sentirla come una guerra "loro", e quindi giusta. Ma richiama tutta la America al grande compito che la attende ed al quale essa non può sottrarsi, per la sua stessa sicurezza, vista la poca disponibilità di altre Nazioni a farsi carico della comune necessità di difendersi contro il comunismo sovietico e le sue mire di controllo sul mondo. Egli si rimette comunque al giudizio della Nazione e, se ha sbagliato, si sottoporrà al giudizio elettorale del suo popolo, al giudizio politico del Congresso e comunque a quello di Dio".
"Vinceremo anche questa battaglia, concluse, perchè, sottolineò, noi siamo dalla "parte giusta" e combattiamo per una "giusta causa". E non mentiamo mai."
Ero turbato. Non riuscivo a rendermi conto che partendo da MyLay, e senza neppure una parola sulla "differenza" che diceva esistesse tra quella strage e quella di Piazza Fontana, mi aveva presentato uno scenario così complesso da focalizzare i miei pensieri solo sulle sue parole. Non perchè condividessi tutti i passaggi di quella "lezione", ma perchè capivo, proprio per la preparazione teorica che avevo ricevuto, e che per la prima volta mi stava davanti con tutta la sua concretezza, che bisognava davvero conoscerla profondamente la cultura "dell'altro" - alleato o nemico che fosse - per poterne capire i meccanismi psicologici e valoriali che ne guidavano le scelte.
Ci avevano detto tante volte in Accademia che, come è per la conoscenza delle lingue, non saresti stato sicuro di conoscere il tuo avversario finchè tu non fossi riuscito a sognare come lui, a sperare le cose che lui avrebbe sperato, a "sentire" come lui. E quindi a sapere ciò che lui, molto verosimilmente, avrebbe deciso per le singole situazioni che si fossero verificate nel conflitto, caldo o freddo che fosse. Solo questa conoscenza ti avrebbe consentito di anticiparne le mosse o di contrastarle con maggiore certezza di un esito vincente.
E per la prima volta mi veniva rappresentata, in tutte le sue sfumature, una cultura della guerra e dello Stato, che pur lontanissima dalla mia sensibilità ed educazione, era fino ad allora insospettata ed insospettabile. A noi, in Accademia, avevano cercato di rinnovare, nelle lezioni del Gen. Salvadori, la fiducia nella "guerra giusta". Ma richiamandosi ad una giustificazione etica di tipo cattolico, che certamente non apparteneva più alla maggioranza sia del popolo che di noi cadetti. Ai pronunciamenti storici cioè della Chiesa Cattolica sulla "guerra giusta" ,da Sant'Agostino e San Tommaso in avanti. Fermandosi però alle soglie del Concilio, evitando la Pacem in Terris di Giovanni XXIII e glissando assolutamente sulla genesi della II^ Guerra Mondiale e sulla alleanza nefasta tra fascismo e nazismo e sulla acquiescenza delle Forze Armate ad ogni guerra di aggressione.
Una cultura "obsoleta" si sarebbe detto in termini militari, che non aveva alcuna rispondenza, al contrario di ciò che scoprivo esistere nel mondo americano, con i valori e la cultura della Società civile. Da cattolico "nato" con il Concilio e da cittadino "nato alla coscienza politica" con i movimenti del '67-'68 ed il riferimento profondo ai valori della Resistenza, avevo sostenuto una lunga ed interessante polemica con il Gen. Salvadori. Mi fu permesso, però, di sostenerla sulla sola "cattolicità" del problema. Avevo sperimentato subito che, tranne per alcuni e pochi dei nostri "educatori", la Resistenza era un argomento assolutamente tabù.
Il generale, raccogliendo la sfida e certamente annoiando i miei colleghi, mi invitò a "tenere lezione" su due argomenti prefissati. Lui avrebbe sostenuto il contraddittorio. Troverete difficilmente un "aspirante pilota" disponibile a costruire, oltre l'esaltante aspetto del volo, anche la sua dimensione di professionista militare, attraverso lo studio di filosofie istituzionali, di metodo, di tecniche organizzative e di governo del personale, come si chiamavano quelle materie che i più snobbavano assolutamente. Figuratevi quindi quanto potesse interessarli una discussione sul Vangelo! Ero stato invitato dapprima a relazionare sul libro "Al di là delle cose" di Carlo Carretto, che il generale aveva visto tra le mie letture. E subito dopo a motivare, a mio parere, quel passo del Vangelo in cui è scritto: "Credete che sia venuto a portare la Pace sulla terra? No, vi dico, non sono venuto a portare la Pace; ma la spada."
A diciannove anni avevo retto con difficoltà, e poi perso in maniera spudorata, il duro confronto. Imparavo tuttavia che non bisognava mai contare troppo su di sè o riferire solo a se stessi ed alla propria preparazione, quando si affronta un "avversario". E come sia invece necessario e vitale sforzarsi per capire quanto e se non sia proprio lui che ti stia attirando piuttosto su un campo che a te sembri propizio e che invece potrebbe essere la tua tomba. Al Generale il confronto era servito per affermare che nel cristianesimo ci sono spazi, da rispettare, di vero e nobile misticismo pacifista, necessario a mantenere viva la coscienza di una aspirazione ultima ed utopica per l'umanità. Ma che la parola integrale del Vangelo chiamava i credenti ad essere pronti ad imbracciare la spada, per una "guerra giusta". Che avrebbe diviso le famiglie e quindi le società. Aveva vinto, davanti alla platea dei cadetti. Quattro a zero.
Questo metodo e quei riferimenti tuttavia creavano degli Ufficiali senza alcuna motivazione e convinzione profonda, di tipo laico e politico, sulla propria scelta professionale. Quella improbabile copertura e giustificazione religiosa tendeva a costruire solo una classe "sacerdotale" e "sacra", indisponibile alla verifica dei "profani", cioè dei cittadini ordinari, "imbevuti delle utopie pacifiste". E costruiva per di più militari incapaci di rapportarsi con una politica che non era più quella guidata da un potere altrettanto sacro ed indiscutibile come quello militare o quello religioso-sacerdotale. Il potere di un Sovrano cioè, che è tale "per grazia di Dio" e con diritto assoluto di discendenza, dunque non sottoposto ad alcuna esigenza di consenso popolare. Poteri cioè che fossero tra loro "diversi ma uguali" al tempo stesso, e tra i quali condividere l'uso e l'abuso dei sudditi e sui sudditi, sui quali esercitare il pieno potere di vita o di morte. Quella che qualcunò chiamò la "sacra trinità" del potere: il Trono, l'Altare e la Spada. Il confronto con il nuovo potere politico, fondato comunque sul consenso - anche fosse drogato - e che per i principi della democrazia deve comunque rispondere ai detentori del consenso e della sovranità - il Popolo -, veniva ritenuto impossibile, ancor più che inutile.
Avevo combattuto con forza quell'orientamento, sulla base della nuova Costituzione, unica alla quale mi sentissi legato. Avevo trovato resistenze sorde, e malcelati sensi di fastidio e di sopportazione, che si traducevano in lunghi colloqui con il mio Comandante di Corso del II° e III° anno di Accademia, il Magg. Blandini, e nei suoi ripetuti tentativi perchè dessi le dimissioni.
Ma in quei due anni avevo avuto anche due splendidi educatori, il Gen. Rea ed il Gen. Cazzaniga. Laici, fino alle midolla, forse con una cultura di destra, ma certamente carichi di una dimensione umana e valoriale affascinante. Capaci di discutere la differenza, di cercarla, per confrontarsi e misursi con essa. Le tesi di fine corso sostenute con loro avevano creato un reale e profondo scompiglio.
Con il Gen. Rea avevo affrontato il tema "Valori etici della obiezione di coscienza al servizio militare" (ed era il 1971, un anno prima della approvazione della Legge che istituiva la possibilità del servizio civile alternativo). Il Generale riteneva infatti ancora fondamentale, per l'esito di ogni guerra, il fattore umano e la sua carica e motivazione etica.
Riteneva necessario non valutare l'esito di un possibile conflitto solo dalla consistenza delle forze tecnologiche che potevano essere impiegate. Grande studioso, con rispetto e forse con un "amore" che doveva mascherare in parte, della nostra Resistenza, analizzava con noi soprattutto le vicende del Viet-Nam e la dinamica dei ripetuti conflitti arabo-israeliani, sotto il profilo della influenza della partecipazione e della resistenza popolare sugli esiti di conflitti, anche fossero nati in situazioni di aggressione improvvisa e di iniziale difficoltà a contenerla, come era accaduto ripetutamente al popolo Israeliano, aggredito da parte dei Paesi Arabi.
E metteva quindi in guardia contro la tentazione di dare per scontato un esito favorevole al conflitto in atto nel Sud-Est asiatico per le forze americane, proprio in ragione della forza etica e della determinazione alla Resistenza del popolo di quella regione. Condizioni che avrebbero potuto minare e sconfiggere la poderosa macchina da guerra occidentale, inibita, per le condizioni stesse del conflitto, ad utilizzare la potenza risolutiva dello strumento nucleare, senza correre il rischio di determinare, per di più, un incontrollabile ampliamento del conflitto. Avrebbe raccolto questi suoi orientamenti in un articolo della Rivista Aeronautica che dovrebbe fare scuola ancora oggi, ma si è perso tra le banalità e le arroganze presuntuose degli elaborati dei "giovani comandanti" che lo hanno seguito.
I Commissari d'esame che dovevano valutare con lui la mia tesi apparvero infuriati quando ne conobbero i contenuti. Ma il loro sconcerto fu totale quando, dopo la serrata e motivata discussione, alla quale mi aveva costretto il generale, avendo "dovuto" promuovermi, videro che il Gen. Rea con il suo dolce e mite sorrisino di sempre, mi gratificava di un bel 20 (in accademia i voti sono in ventesimi).
La scena si era ripetuta, con la variante delle apparenti sfuriate del Gen. Cazzaniga, carattere sanguigno e dai modi ruvidi, alla discussione della tesi elaborata sotto la sua guida.
Una tesi sviluppata in un anno di lavoro, del quale il vertice d'Accademia non aveva capito nulla. Una indagine, elaborata al computer, svolta con un collega, l'Aspirante Caruso Saverio, al quale il generale mi aveva affiancato (per garantirmi, senza che allora lo avessi capito, una copertura alla costruzione della bomba che andavamo a confezionare insieme). Si trattava di sottoporre un questionario, a tutto il personale della Accademia (circa 1500 uomini divisi per fasce funzionali e di grado), per la valutazione del metodo di conduzione della "azienda". Un questionario usato negli Stati Uniti da gruppi di Ricerca Sociale, che era stato pubblicato in un volume della Etas, e che era stato da noi leggermente rielaborato per lo specifico del mondo militare, inserendo alcuni quesiti rivolti ad accertare il grado ed il tipo di motivazione nella esecuzione degli ordini. Il questionario aveva dato risultati di notevole e sconvolgente rilevanza.
Le fasce inferiori, dei cadetti, e quelle di maggiore anzianità tra i sottufficiali, i marescialli,avevano dato una curva perfettamente sovrapponibile dove la valutazione oscillava dal "metodo autoritario rigido" al "metodo autoritario sfruttatorio". Gli Ufficiali inferiori e qualcuno tra quelli superiori fino al grado di Tenente Colonnello, come pure le fasce di minore anzianità tra i sottufficiali, avevano dato una valutazione che, stabilizzata nel settore "autoritario rigido", aveva qualche punta nel "metodo democratico". La stragrande maggioranza degli Ufficiali Superiori volava verso un entusiastico giudizio di un "metodo democratico a partecipazione di gruppo".
Il Generale voleva dimostrare che la cultura della azione di Comando si era talmente "imbastardita", attraverso un servilismo funzionale alla propria carriera, che gli Ufficiali rischiavano di non sapere più valutare neppure le condizioni psicologiche nelle quali, al riparo della garanzia gerarchica della subordinazione, impartivano disposizioni per il lavoro dei propri subordinati. Voleva così evidenziare il pericolo che ciò andava a costituire nella valutazione della reale capacità di risposta delle F.A. in caso di eventuale impiego bellico. E la necessità che si ritornasse a valutazioni ed avanzamenti basati sulla competenza professionale e sulla effettiva capacità manageriale dei comandanti su uomini, mezzi e infrastrutture. Sulla loro riconquistata capacità a valutare, oltre ed indipendentemente dai propri convincimenti, le motivazioni reattive dei subordinati. Solo questo avrebbe potuto costruire una capacità di limpido e leale rapporto istituzionale anche con i livelli politici, cui compete la scelta di impiego della forza.
Le "curve risultanti" della indagine evidenziavano questa profonda spaccatura tra la "reale" comprensione che della F.A. avevano gli uomini, e la presuntuosa incansapevolezza dei comandanti della medesima realtà. E, pur senza voler attribuire ad alcuna di quelle curve una maggiore capacità di riflettere correttamente la realtà (che era esclusivamente ed in modo desolante rappresentata da quel "diverso sentire"), tuttavia la prima curva si mostrava come quella più interessante. Infatti essa diceva che il segmento con minore esperienza militare, ma alto livello culturale, dava risposte identiche a quelle che si rilevavano nel segmento di maggiore esperienza militare - in fasce funzionali non di comando -, ma che aveva un grado culturale estremamente più basso. Essa dunque aveva un carattere di "genuinità", che non poteva non tradursi, benchè i giudizi fossero stati richiesti sulla "Organizzazione" nella sua dimensione istituzionale, in un severo giudizio sui superiori e sulla loro cultura e capacità di comando.
Caruso doveva presentare l'inchiesta illustrandone le dinamiche e modalità con cui si era svolta, il grado di partecipazione e di interesse dimostrato (avevamo dovuto tenere, soprattutto lui, una serie di "briefing" al personale intervistato), e le procedure seguite per la definizione dei risultati. La cosa riscosse unanimi apprezzamenti.
A me il Generale chiese invece di analizzare quei risultati a partire dalle analisi socio-economiche di Galbraith del quale mi fece ingoiare un mare di saggi. Il generale Rea collaborava offrendomi la conoscenza di riviste "eretiche" come "Science" e "Monthly Review" ed i saggi di Sweezy. La tesi si intitolava: "La neutralità della scienza come logica di dominio. Riferimenti al mondo militare.".
Un altro 20 gratificò il mio lavoro e sconvolse gli irritatissimi commissari, che il generale Cazzaniga umiliò con una sua piccola sceneggiata, dopo avermi costretto con una serrata critica a sostenere con altrettanta determinazione la correttezza delle tesi rappresentate e delle analisi svolte. "Questo "Ufficiale" (espressione che suonava apparentemente impropria non avendo ancora ricevuto la nomina, ma proprio per questo molto significativa) meriterebbe forse dei calcioni, per essere venuto qui a sottoporci le sue critiche al sistema. Forse essendo lui un cattolico praticante, Dio ci scampi, avrebbe dovuto farsi missionario Francescano, piuttosto che militare" (Risolini al tavolo dei commissari, avrebbero scritto resoconti in stile parlamentare). Ma, dopo un attimo di sospensione, per godersi l'effetto di quelle parole, il Generale continuò: "Ma a me i missionari, se sono Francescani, sono sempre stati simpatici. Perchè hanno quella intransigenza che riporta all'essenziale della loro missione, al confronto di certi prelati grassocci e dissoluti, i quali possono essere fondamentalisti ed integralisti, ma non sono mai nè essenziali nè genuini. Non crede la Commissione che anche noi avremmo bisogno di un po' di questo spirito francescano, per restituire ai veri valori il nostro essere Ufficiali di questa Repubblica? E poi: le operazioni a cui siamo chiamati non le definiamo forse missioni? Sì, a me piace questo lavoro, ed il mio invito è di rileggerlo con maggiore attenzione e per un miglior profitto. Eviterò di chiedere la lode per non aggravare il vostro imbarazzo.". (Non so immaginare come resoconti in stile parlamentare avrebbero potuto illustrare efficacemente la mutazione nella scena e le reazioni al tavolo dei commissari d'esame).
Ho creduto fosse necessaria questa ampia parentesi sulla mia storia personale, perchè il lettore eventuale, possa capire come potesse interessarmi in maniera particolare quella prospettiva, che mi veniva presentata dal collega statunitense, di un rapporto organico-funzionale tra politica e Forze Armate, tra valori e prassi. Al di là di ogni valutazione nel merito.
Sta di fatto che, negli anni successivi, avrei sempre più potuto riconoscere, nelle diverse vicende americane, quel concetto di "cultura politica-militare" (pur così cinico ed aberrante, e che non avrei mai potuto condividere, educato com'ero ad altri e ben diversi criteri nati e vissuti con e nella Resistenza italiana ma riconoscibili in parte già prima, direi, anche nello stesso Risorgimento). Infatti, dalle rivelazioni sul coinvolgimento CIA nella vicenda cilena, alla vicenda IRAN-CONTRAS, all'abbattimento del Boeing Iraniano nei cieli del Golfo Persico, al Watergate, sempre "quando uno stronzo di giornalista o di politico ha tirato fuori qualcosa" il responsabile si è alzato in piedi, riconoscendo la propria responsabilità, ed affidando, ora al Congresso, ora ad un Tribunale, il giudizio sulla correttezza della sua azione. Ma soprattutto sulle motivazioni "etiche" che la guidavano, ancorchè fossero stati commessi eccessi.
E sempre, intorno a ciascuno di loro, si è progressivamente creato, dopo l'iniziale sconcerto e la pubblica esecrazione, una specie di alone di "eroismo" romantico, al di là della valutazione e del giudizio, politico e giudiziario, sul merito della azione. Ho visto cioè l'orgoglio americano vantarsi di questa fedeltà e capacità di verità. E spesso i responsabili di questi "fatti scandalosi" sono poi divenuti conferenzieri da cinquantamila dollari ad incontro.
Il solo Presidente Nixon fu stroncato. Ma non per aver messo in atto lo spionaggio dell'avversario politico in quello che si chiamò scandalo Watergate, dal nome del grattacielo dove era il quartier generale della parte politica avversa che veniva spiata dagli uomini del Presidente. Nixon subì la procedura per l'impeachment, fino a doversi dimettere per evitarne un esito ormai scontato ed infamante, per aver mentito al Congresso, e dunque al Popolo americano. Quindi non era più affidabile per la storia, la cultura e la stessa sicurezza di cui quel Paese ha un esasperato e viscerale bisogno.
Il Colonnello North e lo scandalo IRAN-CONTRAS, io credo, siano il massimo e peggiore esempio di questo aspetto sentimentale della "cultura" americana. La causa della lotta al comunismo contro il Nicaragua sandinista già faceva sfumare, nell'immaginario del popolo americano, la coscienza che quei "contras" che venivano foraggiati appartenessero alle peggiori truppe e rispondessero ai peggiori interessi di quel sanguinario dittatore che era stato Somoza e di coloro che lo avevano appoggiato. Lo stesso sentimento di "anticomunismo" ha consentito di "dimenticare", sempre a livello popolare, che quell'uomo, il Col. North, avesse organizzato circuitazioni con droga ed armi, collaborando con quell'avversario satanico "di sempre" che era l'IRAN Komeinista. L'Iran che aveva sequestrato per mesi cittadini americani, e per il cui tentativo di liberazione - fallito o fatto deliberatamente fallire? - erano state sacrificate le vite di molti e troppi militari americani. Dimenticare che, a guidare in modo approssimativo e fallimentare quella azione rovinosa, era stato proprio quello stesso Colonnello Iliver North. Dimenticare quanto fosse profonda, dopo la caduta dello Scià Reza Palhevi (benchè fosse stata essa stessa pilotata di fronte ad una "intollerabile" rivendicazione di indipendenza di quel governante insofferente a rimanere la "creatura obbediente" dei suoi stessi controllori), la avversione del Governo all'Iran, per la cui distruzione non si esitava a costruire e foraggiare - fino a farne "partner privilegiato" cioè avente diritto all'accesso di aiuti militari strategici del Governo Usa - un nuovo burattino-leader. Quello che sarebbe poi divenuto un nuovo "demone" da esorcizzare e combattere, Saddam Hussein. Con l'immancabile e nuovo scandalo, tutto civile ed "estero", quindi insabbiato in perfetto stile "europeo", dei finanziamenti della BNL di Atlanta. Tutto si può dimenticare in nome dei "compiti divini e storici" di cui gli americani si sentono investiti.
Il giudizio su questi "eroi" alla Oliver North, d'altra parte, è sempre stato un "giudizio ad intra", e relativo alla sola correttezza dei loro atti rispetto alla "legalità americana" ed al senso dell'onore del popolo americano. Mai essi hanno indagato e valutato le ragioni delle vittime, cilene e non, delle azioni incriminate. Mai sono state offerte scuse per azioni illegali compiute in altri territori e contro la sovranità di altri popoli, perchè la grande "giustificazione dell'anticomunismo" rendeva "giusta" ogni forma di ingerenza, e solo ad essi spettava il compito di giudicare eventuali eccessi compiuti dai propri uomini. Ed il diritto di giudicarli, quindi, non rispetto alle vittime, ma rispetto al senso dell'onore americano, in una liturgia squisitamente dettata dall'etica protestante. Essa tuttavia è solo funzionale ad una "recitazione" ad uso del popolo, dietro la quale si nasconde una valutazione insindacabile su quelli che alcuni avranno stabilito essere gli "interessi del momento" della potenza e della egemonia economica mondiale del proprio Governo.
Ricordate qualche film "classico" sugli indiani? A volte veniva rappresentata una guerra scatenata contro un indiano buono a causa di uno sciagurato bianco che in malafede aveva creato tensioni determinando la rappresaglia indiana. Guerre e stermini; ma alla fine il capo indiano cattura il cattivo bianco, che inizialmente aveva ucciso un figlio del capo, e lo costringe a confessare davanti ai rappresentanti di Washington. La guerra sembrava chiudersi lì. Ma c'era il rischio che subito riesplodesse perchè il capo indiano si rifiutava inizialmente di consegnare il cattivo bianco che avrebbe voluto giudicare secondo la sua legge indiana. Le parole della "giacca blu" tuttavia riescivano a convincerlo: "Grande capo, quest'uomo sarà giudicato severamente, hai la mia parola, ma secondo la legge dell'uomo bianco." E l'indiano si convinceva e andava via "felice" verso le sue tende. La reciprocità però non era in vigore e così se capitava che il cattivo del film fosse il "mano gialla" di turno, egli, per la pace finale, doveva essere ancora abbandonato dal capo "saggio" nelle mani della giustizia dell'uomo bianco, che evidentemente non si fidava della serietà ed imparzialità della giustizia indiana. Nel primo caso ci veniva fatto invece capire che quella giustizia indiana era temuta per la ferocia con cui sarebbe stato torturato al palo un colpevole, che era comunque uno dei "nostri" e non poteva essere abbandonato alla furia dei "selavggi".
Il cinema non ci ha mai detto se la giustizia "dell'uomo bianco" sia stata imparziale o se piuttosto abbia poi applicato "due pesi e due misure". La storia ce lo ha ampiamente confermato, perchè si poteva trovare anche una certa clemenza per colpe verso gli indiani, anche avessero provocato una guerra sanguinosa; ma si finiva certamente impiccati e linciati se si rubava il cavallo di un altro bianco. E gli effetti strazianti, verso i tanti coloni uccisi dagli indiani scatenati dalle malefatte del "nostro colpevole"? Beh, quelle erano pur sempre colpe dei selvaggi, già lavate nel sangue dalle successive spedizioni punitive e di rappresaglia, che non erano consentite ai selvaggi indiani, dovendo rimanere una esclusiva (in auge ancora oggi) del popolo bianco, detentore e portatore della Giustizia e della Civiltà!
(E' importante, e ne chiedo scusa al lettore, abituarsi a leggere con queste chiavi la rappresentazione cinematografica di certa cultura, se si vorrà capire con maggiore facilità il meccanismo che scatenò la strage di Ustica e che descriverò qualche capitolo più avanti).
Nel tempo mi sono poi convinto che questo terribile cinismo è giocato con lucidità dai grandi strateghi della CIA e da tutti coloro che hanno costruito il loro potere, economico-finanziario e politico, contando su questo assunto. Ma la maggioranza del popolo vive con profonda convinzione questa cultura della "cosa giusta". Purtroppo il sistema è tale che essi non si pongono il problema che per definire "ciò che è giusto" anche nelle controversie internazionali dovrebbe valere il metodo democratico, che è sempre confronto con la diversità, con il dissenso, con culture ed etiche e sensibilità diverse, senza mai pretendere di essere gli unici a possedere la ricetta definitiva per il bene del proprio popolo e della umanità. E che soprattutto ciò significa impegnarsi a creare i luoghi propri del confronto politico - quale sarebbe una ONU autorevole -, ove nessuno possa avanzare un pregiudiziale e maggior diritto della propria cultura, di cui il diritto di vetto è la espressione più emblematica di negazione della Democrazia.
Questa terribile tentazione, di continuare a controllare comunque e con diritto esclusivo gli strumenti di apparente partecipazione democratica, rimane la stessa che nella storia ha condotto ogni integralismo ad affermarsi con la più terribile violenza. Dai roghi della cattolica inquisizione, alle ghigliottine francesi, al Mein Kampf, è sempre un "compito divino" che qualcuno si assume per giustificare ogni e più empia azione. Non ho dimenticato i Gulag sovietici, solo che il loro è un caso diverso. Non allarmatevi. E' che, trattandosi di un regime ateo non di compito divino poteva trattarsi (ecco la motivazione della esclusione dal primo gruppo). Si trattava infatti di un "compito storico", senza che questo faccia alcuna differenza per il delirio di onnipotenza ed i suoi sciagurati effetti.
Per gli americani la grande valvola di compensazione è questa capacità di autoprocessarsi ed autoassolversi. Eccola, esasperata, la scusa cui accennavo appena poco prima dell'etica protestante: "confessata la colpa, rimesso il peccato". Sempre che tuttavia il peccato sia stato commesso, e da noi, verso Dio o verso "gli altri". Perchè la giustizia, in casa "nostra" e contro chi avesse violato i nostri interessi, la amministriamo direttamente "noi". E a Dio si chiederà solo di "avere pietà dell'anima" di coloro che avremo condannato a morte. Questa pratica raffinatissima ha un obiettivo: "perchè il popolo creda e non perda mai la fiducia nelle sue istituzioni", e dunque non cominci a porsi interrogativi scomodi per i detentori del potere.
Non reagii, a quella prima lezione, se non con una evidente e profonda riflessione. Questo dovette convincere il mio ineffabile amico che era possibile forzare ancora un po' la mano, per illustrarmi il secondo concetto. Quello sui servizi di sicurezza ed informazione.
"Vedi, continuò, il mondo come sai è diviso in due sfere di influenza, dopo Yalta. Tu hai ragione a sostenere la sovranità del tuo Paese, questo ti fa onore. Ma la sovranità politica di un Paese, non può essere la sovranità intesa come indipendenza ed autodeterminazione anche per i suoi servizi di informazione. Per la sicurezza mondiale non è possibile che i nostri servizi non abbiano il controllo di tutto il sistema di informazioni occidentale."
Questa era più dura da mandar giù, e replicai con maggiore decisione ed immediatezza, cercando di interromperlo. Perchè una cosa è la collaborazione internazionale tra servizi alleati, ed altra cosa è l'essere controllati dai Servizi di un altro Paese, che pretendono di avere questo diritto. Ma l'argomento si era fatto di colpo scivoloso per lui, e così divenne subito "troppo tardi". Avremmo ripreso la discussione ad Orlando, mi disse. E mi lasciò a meditare, con il mio succo d'arancia davanti, sul reale significato di quel messaggio e di quanto mi andava accadendo in quello strano, affascinante e bellissimo Paese.
Mi riscossi dicendomi che non c'era che da aspettare. Mai però avrei immaginato che quello strano dialogo, che ancora mi appariva come un serrato confronto con un "collega alleato" in cui emergevano le diversità profonde di cultura personale e nazionale, sarebbe approdato ad una offerta di collaborazione con i servizi di intelligence americani.
Le domande che mi andavo ponendo avrebbero avuto risposta, molto ironicamente, proprio nella città di Walt Disney, dove la finzione e la favola avevano trovato una specie di cittadinanza onoraria. La rappresentanza di ciò che di più profondo poteva esserci in quel popolo ed in cui ciascuno sembrava avesse bisogno di credere per continuare a vivere con serenità e fiducia la vita di ogni giorno: il MITO.
Il mito della grande frontiera su cui quel popolo aveva costruito la sua storia. Il mito che aveva poi difeso rimuovendo, non solo ai suoi occhi, ma a quelli di tutto il mondo e della storia ufficiale, le violenze, le barbarie ed il genocidio che resero possibile creare quella storia: la conquista del West. Il mito celebrato dai John Wayne dalle grandi praterie fino alle foreste del Vietnam. Il mito che non si è incrinato davanti all'esplosione delle rivelazioni e degli scandali della storia, perchè ci sono stati sempre un regista ed una star di Hollywood che hanno alzato la mano ed hanno denunciato gli errori storici. "Ebbene siamo stati noi, ma sappiamo riconoscerlo".
Errori contro gli indiani d'America, contro i neri; errori per le collusioni con la criminalità nelle istituzioni politiche o di sicurezza sociale, per il cinismo del sistema del capitalismo sfrenato, per i suoi devastanti effetti sociali, non solo presso le popolazioni di altri Paesi, ma all'interno degli stessi States. Errori terribili quali il complotto e l'omicidio del proprio Presidente.
E, a farci ben caso, anche in questi film di "denuncia" si può riconoscere la cultura che abbiamo analizzato poco prima. L'eroe, per quanto possa essere solo e contro tutti, incarna sempre e comunque il popolo americano ed i suoi migliori sentimenti. E' "dalla parte giusta". Anche se questa "giusta causa" apparentemente sia perdente e perseguitata.
Le vicende degli indiani d'America - in Soldato Blu, Il Piccolo Grande Uomo, fino a Balla coi Lupi - sono sempre incentrate su un bianco - l'America - che capisce gli errori e si converte alla Verità. E combatte addirittura contro i suoi che insistono nella strada "non giusta" e non accolgono l'invito a convincersi ad una diversa lettura della realtà, senza mai dividersi tuttavia in maniera definitiva dalle motivazioni fondamentali del suo popolo. Motivazioni che - secondo il messaggio subliminale di queste realizzazioni "artistiche" - sono state piuttosto tradite e snaturate da alcuni, mentre lo spirito "buono" del popolo americano è sempre pronto a rivedersi e redimersi riaffermando la assoluta superiorità dei suoi grandi valori.
In Codice d'Onore o Vittime di Guerra è sempre un americano che si ribella alla deviazione del potere militare - di un generale come di feroci commilitoni - e rischia molto, pur di fare "la cosa giusta", cioè il rivelare l'eccesso e la colpa, che un distorto senso di solidarietà corporativa vorrebbe celare. Finchè il Governo - inizialmente molto prudente e rispettoso dei ruoli e delle funzioni oltrechè del prestigio delle persone accusate di aver ecceduto nei poteri e di averli addirittura distorti, perchè esse comunque lo rappresentano - di fronte ad una Verità rivelata ed accertata di eccesso e di deviazione si dissocia "dall'indegno comportamento" e si schiera senza tentennamenti dalla "parte giusta" per giudicare, e molto severamete, i malvagi che hanno tradito la fiducia che il Popolo ed il Governo degli Stati Uniti avevano riposto nella loro capacità di rappresentarne, "con onore", i fondamentali valori. Mai, potrete notare, questo determina un "ripensamento" sulla costruzione "ideologica" americana, sulle sue strutture di potere ed i criteri cui essa si ispira. Sono sempre e solo singoli uomini che hanno deviato.
E' questa cultura dunque che placa anche i sensi di colpa del popolo americano, e rende poi "superflua" la necessità - quando non inibisce la stessa possibilità - di un'ulteriore e più sistematica analisi storica, con gli strumenti diversi che offrirebbe una cultura "vera" della politica e del diritto. Essa chiederebbe infatti che non ci contentasse solo di un film; ma esigerebbe una sentenza, una sanzione ed un risarcimento, stabiliti da un soggetto indipendente dal giudicato.
Questo non è un atto di accusa. Non è il luogo, e non ha le competenze per dare un giudizio definitivo e assoluto. Chè anzi ho assimilato profondamente alcuni di questi grandi valori di rispetto e fiducia nelle Istituzioni, nonostante i tradimenti consumati dai suoi funzionari, che ne divengano occupanti abusivi ed usurpatori di poteri. Ma è l'analisi e la rappresentazione di una realtà e di una cultura con le quali bisogna comunque confrontarsi se si vuole stare di fronte ad esse con consapevolezza, per cercare di dialogare con esse, senza perdere la propria identità, o dovervi rinunciare. E dico questo in un'ottica militare e politica insieme.
Perchè - molti forse si scandalizzeranno - ma anche la guerra è una forma, orrida e arcaica se si vuole, di dialogo tra diversi. Che da diversi si trasformano in "avversari" e poi "nemici", quando si affrontano sul piano della pura forza violenta, dopo essersi confrontati e studiati - politicamente; ma secondo logiche conflittuali e guerriere, piuttosto che di cooperazione, integrazione e mediazione pacifica -. E nel conflitto guerreggiato gli "avversari-nemici" continuano a studiarsi e confrontarsi, a "dialogare" per "convincere" - con la costrizione bellica - l'avversario soccombente della "superiorità e della validità" delle proprie convinzioni e ragioni di vincitore.
E' quello che si dice un primordiale e primitivo modo di confronto politico, ma è anche il criterio storicamente fissato dal quale partire con realismo per sperare una reale trasformazione dei metodi politico-diplomatici in una capacità di dialogo e in un animo pacifico capace di resistere al fascino di imporsi con la forza. Diversamente ogni affermazione di principio sulla aspirazione alla Pace sarebbe un inganno, perchè la pace diverrebbe quella condizione di assenza di belligeranza determinata dalla soggezione dello sconfitto e dalla affermazione del vincitore e da una mortifera omologazione delle diversità. Oppure un luogo di arcadia, miraggio più che utopia, perchè pensa la pace come esente da diversità generanti il conflitto e da prezzi e costi, che vanno pagati invece alla Pace e per la Pace, alla stessa maniera ed a volte nella stessa misura dei prezzi e dei costi che si è disponibili ad offrire all'idolo guerriero.
Solo questa consapevolezza può restituire in pieno il primato e la responsabilità alla politica, per soluzioni di pace al conflitto tra "i diversi", rispetto all'impiego della forza. Non è infatti per una cultura belluina ed arcaica, ma in un primo passo del progresso di una nuova sensibilità culturale che avverte la guerra come "pura follia", che si poteva scrivere, all'inizio di questo secolo, alba del nuovo diritto internazionale e della vita delle Democrazie, che "la guerra è la continuazione, con altri mezzi, della volontà politica per il perseguimento dei suoi fini propri".
Dagli albori della civiltà, la "politica", benchè a quel tempo fosse gestita da aristocrazie e poteri assoluti, ha sempre mantenuto questo primato rispetto al suo strumento militare, assoggettato agli interessi ed alle prospettive del principe sovrano. Con il cammino della civiltà, al diritto della forza si va man mano sostituendo la forza del diritto. Ed una nuova cultura politica, la democrazia rappresentativa - che a noi può apparire scontata, ma, rispetto ai tempi della storia, è invece una esperienza "bambina" che si è "appena affacciata" sulla ribalta della vita e che mantiene ancora tutti i tratti della sua fragilità - va imponendo la strada del confronto e del dialogo con strumenti di pace che rispettino, e cerchino di armonizzare e non di annullare, le diversità.
E' soprattutto un confronto che si esercita, nei luoghi deputati della politica, ma in nome e per delega di "popoli sovrani". Quei popoli che alla guerra hanno fino ad oggi offerto il loro tributo di sangue e carne, come sudditi insignificanti, e che da cittadini invece rivendicano, nella loro stessa natura (ed indipendentemente dalle tensioni etniche che possono essere alimentate strumentalmente nel loro seno, utilizzandoli per sciagurati conflitti civili), un destino di pace e di garanzia per una pacifica convivenza.
E' questo che ci dice che la prospettiva di ogni Forza Armata, e di tutte le Armate del mondo, dovrà sempre più tendere a quei ruoli di "Polizia Internazionale" che oggi si iniziano ad identificare con maggiore coscienza. Ma tale prospettiva sarà "vera" solo quando, al di là delle proclamazioni, la Politica dei Governi lavorerà per la sua reale costituzione. Polizia Internazionale non vuol dire delega a qualche Paese per essere il "Poliziotto del Mondo". Perchè non si può essere contemporaneamente Guida Politica e Poliziotto. Ne risulterebbe uno Stato di Polizia, che è tutt'altra cosa da una Polizia di Stato. Ed uno stato di Polizia è una realtà insopportabile ad ogni civile coscienza.
La Polizia, nazionale od internazionale, prevede una presenza di tutte le classi sociali e quindi di tutti gli Stati. La Polizia riconosce e garantisce una sua sottomissione assoluta alla Legge ed al Potere Politico e Giudiziario. Che quella Legge emana e modifica, nelle sedi Parlamentari. Che quella Legge applica nei compiti esecutivi dei Governi e nelle funzioni di Garanzia della Magistratura. Anche valutando e sanzionando gli eccessi che fossero compiuti da quella Polizia nell'assolvimento dei pur gravosi e rischiosi compiti istituzionali.
Ma questa dimensione politica di un corpo di Polizia Internazionale è e rimane cosa tuttaffatto diversa da quegli eserciti mercenari che Luttwak, "politologo"(?) americano, ripreso con un pappagalismo inconsapevole ed incosciente dal commentatore italiano Panebianco, ritiene potrebbero garantire la nostra sicurezza di "popoli civilizzati" - non più adusi alle fatiche della guerra nè disponibili a mescolarsi con i suoi riti sanguinari che appaiono repellenti alla nostra "coscienza civile" - attraverso poderosi armamenti ed una capacità operativa schiacciante. Essi ritengono che questa orda di mercenari potrebbe comunque essere soggetta attraverso alchemici quanto oscuri meccanismi al controllo politico dei mandanti, dimenticando che si tornerebbe alla barbarie del soldato prezzolato, sempre pronto a sfilare sotto una bandiera più ricca.
Una Polizia internazionale, invece, come ogni Polizia è profondamente radicata nel suo Popolo. Una Polizia che si espone al pericolo, ma consapevolmente ed essa sola, per la salvaguardia delle popolazioni (a fronte di un rapporto tra civili e militari morti a causa di guerre che è oggi stabilizzato a 94 civili contro 6 militari, per ogni 100 morti!).
Una Polizia che è sempre più impegnata sul fronte della Intelligence finalizzata alla prevenzione; che sa di dover agire in questa attività in costante rapporto con la autorità politica e giudiziaria, cui riferire con tempestività, lealtà e completezza gli esiti di quelle indagini, per le valutazioni del loro sviluppo. Una Polizia che è cosciente del potenziale terroristico dell'avversario e delle sue intenzioni di seminare con quel potenziale, la paura, la distruzione ed il sangue tra le popolazioni. Ed una Polizia tuttavia che non risponde con i medesimi criteri di terrore e di morte alle azioni criminali del terrorismo; ma si affida alla credibilità, efficacia e legittimità della sua azione, e dell'impegno politico-diplomatico che la precede e la sostiene, per sconfessare e screditare ed isolare - presso le stesse realtà sociali ove si sviluppa ed alimenta la devianza (ovvero presso le popolazioni originarie) - le azioni dei terroristi, o le estreme azioni di una criminosità conclamata.
Una Polizia che ha precise condizioni e vincoli di autonomia di intervento e che quando comunque interviene - su mandato o per competenza o flagranza - sa di dover intervenire solo per "sedare" una condizione di turbativa; ma per affidare subito i responsabili al giudizio di altri poteri gestiti da altre istituzioni. Senza mai avere la facoltà di poter violare il diritto della persona e del prigioniero alla sicurezza ed integrità personale.
Una Polizia che ha dunque sempre più necessità di poter riferire ad un fronte politico capace di confermare il Diritto Positivo e la certezza del diritto, attraverso un Potere Giudiziario che abbia gli strumenti e la volontà per irrogare sanzioni e pene certe e rigorose, ma mai vendicative.
Una Polizia che sappia muoversi nel pieno rispetto di quel medesimo diritto, e nella totale docilità alle disposizioni ed alle indagini disposte da quei poteri Politico e Giudiziario. Anche quando fossero chiamati ad investigarne gli eccessi o le deviazioni interne, di singole persone o di Uffici.
E' la "ricetta di cultura politica integrata" sulla quale sta divenendo possibile prefigurare una vittoria dello Stato sul fenomeno Mafioso. Così come, su questa stessa ricetta, fu possibile realizzare la vittoria sul fenomeno terroristico italiano. Benchè su quest'ultimo fronte - diversamente da quello mafioso - non sia nata la consapevolezza che la vittoria "militare", senza la individuazione ed il perseguimento dei nuclei di complicità politica, è una falsa vittoria, una guerra rimandata.
Ed è la stessa ricetta politica che invece, non essendo stata applicata, ha determinato ad esempio il consolidamento del consenso della base sociale al dittatore Saddam Hussein (al di là di lotte interne per il potere, soffocate nel sangue e forse alimentate da una diplomazia bellicista e cieca). Perchè nella umanità delle madri e dei padri iracheni, ben difficilmente la morte per fame e malattia di 600.000 dei loro bambini potrà trovare la lucidità capace di attribuirne la responsabilità al loro dittatore. Essa sarà sentita piuttosto profondamente ed attribuita totalmente a chi avrà decretato quella fine straziante fissando le sanzioni di embargo, volute dal "nemico". Ed anche quando l'insopportabile sofferenza li conducesse a consentire con il rovesciamento sanguinoso del loro leader, essi rimarranno sempre coscienti nel loro profondo che il dramma vissuto è responsabilità esclusiva dello spirito di vendetta dell'avversario. Che rimarrà "nemico", al di là delle alleanze fatue che quel nemico sottoscriverà con i successori al potere del dittatore.
E' quanto avverte oggi il popolo del Nicaragua costretto a rinnegare, per fame, attraverso elezioni "fasulle", i propri liberatori sandinisti. Coloro cioè che li avevano sottratti ad una orrida dittatura che il "nemico" aveva invece alimentato e sostenuto. Alla stessa maniera di come ha poi imposto i nuovi governanti fantoccio di una Democrazia di facciata.
E' la resistenza, pur sfaldata dalla fatica pluriennale, che il popolo di Cuba sta opponendo (al di là della strumentale propaganda di quegli esuli la cui grande maggioranza viveva all'ombra ed alla mensa del dittatore Batista) allo strapotere della aggressione americana, che non trova altri mezzi che non quelli di un illegale embargo - condannato ripetutamente dall'ONU come lo era stata la operazione di minamento dei porti del Nicaragua - per sostenere di agire solamente per esercitare il suo "diritto-dovere" alla lotta al "comunismo internazionale".
Non sto negando nè i legami - avuti da questo ed altri Paesi - con i sovietici, nè i limiti inaccettabili, per una dialettica democratica, che quella o altre rivoluzioni possono aver mostrato, dopo l'innegabile importanza della lotta di liberazione sostenuta contro regimi sanguinari che avevano certo ancor meno i caratteri della democrazia. Limiti che hanno a volte indotto anche parte della popolazione più ben disposta verso la rivoluzione a trasformarsi in opposizione, cercando fughe all'estero, con il rischio di essere "arruolati" come testimonial nelle fila degli oppositori strumentali, nostalgici dei privilegi goduti nel regime dittatoriale.
Ma le azioni degli Stati possono divenire odiose come quelle della Polizia quando il suo impegno contro il crimine si trasforma in abuso e sfacciata violazione della Legge. Di fronte alla legge ogni violazione è, o dovrebbe essere, considerata illecita e da perseguirsi con uguale determinazione, indipendentemente da chi la commetta. Di fronte alle "Risoluzioni" dell'ONU nessuno Stato può sentirsi, o dovrebbe sentirsi, autorizzato più di altri a disattenderne il disposto.
Ed ogni ingiustizia compiuta dagli Stati o consentita agli Stati, anche contro un avversario criminale, è tale da rinforzare il consenso che l'avversario può trovare nelle Società Civili. Finchè lo Stato era sentito assente, indifferente alle sorti umane sociali ed economiche delle popolazioni del Sud dell'Italia e finchè esercitava con arroganza e violenza il proprio potere nei confronti di quei cittadini, fin quando cioè esso è stato sentito in una parola "nemico", la Mafia ha sempre trovato nel tessuto sociale e nel consenso la sua forza maggiore.
Non diversamente avverrà per i popoli, rispetto ai propri despoti, ai propri deliranti terroristi religiosi e politici. Le Brigate Rosse e le tante altre realtà terroristiche nostrane hanno infatti conseguito piuttosto l'effetto (forse voluto da chi in realtà ne ha saputo o potuto gestire le azioni) di stabilizzare il potere. Ciò è avvenuto perchè il popolo non si riconosceva - nè poteva riconoscersi - nel metodo e nelle istanze sostenute con la violenza e nel sangue, e fondate sul terrore. E' di un operaio, intervistato per l'omicidio del sindacalista Guido Rossa, la sentenza definitiva sulle "dichiarate aspirazioni" di consenso delle BR: "Il fatto è che il Movimento Operaio non potrà mai delegare la sua rappresentanza ad un gruppo, nè potrà riconoscere un ruolo guida a questi gruppi legittimandone l'uso della violenza e del terrorismo."
Cosa volete che potesse invece provare ad esempio, per ognuna delle azioni terroristiche, fatte in suo nome e per la sua liberazione, un Palestinese, cui veniva allora negato il diritto alla terra, alla casa (costretti ad abitare per anni in caverne sicchè bambini come Radie Resh potevano morire senza averne conosciuta una), alla scuola, in una parola alla identità ed al futuro? Cosa, se non identificazione, orgoglio, desiderio di imitazione "eroica". E cosa pensate che potesse avvertire verso i suoi militari, anche compissero stragi come Taar el Zatar, il popolo Israeliano, consapevole che il "nemico arabo-palestinese" aveva giurato di dedicare la sua vita alla distruzione dello Stato Ebraico e del Popolo Ebreo? Cosa, se non orgogli, gratitudine e solidarietà? La discussione sulle ragioni di arabi o di israeliani, sugli opposti motivi di giustificazione - per quello come per ogni altro conflitto "vero" e non "astutamente pilotato" - era comunque arido esercizio della presunzione di Adamo, che creava solo nel mondo orde di "tifosi" - gli uni filo-arabi, gli altri filo-israeliani -, che si scazzottavano sugli spalti, senza partecipare alla partita della vita che lasciavano giocare sul campo alle "loro squadre".
Il cammino duro e pericoloso ma finalizzato alla Pace, avviato da Olaf Palme, come mediatore tra Rabin ed Arafat, non è frutto del caso, nè di una "buona predisposizione" a dimenticare le reciproche sofferenze. Ma il convincimento che quelle sofferenze patite dai popoli nascevano proprio e si alimentavano dalla reciproca negazione al diritto di esistere. Il riconoscimento, che comporta la accettazione del "pari diritto" dell'altro ad avere una terra, un Governo, una sicurezza, hanno mutato in pochi anni lo scenario, senza poter tuttavia estirpare con facilità gli odi ed i risentimenti che politiche assurde ed artificiosamente alimentate di intolleranza reciproca avevano creato. E si è pagato un altissimo tributo di sangue tra i "combattenti per la Pace", a partire dallo stesso Olaf Palme ucciso, ed arrivare, attraverso i tanti dirigenti Palestinesi trucidati a Madrid come a Tripoli, all'omicidio di Yzaac Rabin. Eppure solo una incrollabile fiducia nel processo di Pace toglierà armi e brodo di coltura ad ogni ulteriore volontà di violenza.
In questa prospettiva la nostra "piccola" cultura nazionale illustrata dalla Costituzione (così disprezzata da tanti commentatori politici americani) appare tuttavia come un gigante, eccezionalmente più avanzata rispetto a quella statunitense, che sembra piuttosto ancorata al concetto di "Stato Sovrano", che non a quello di "Popolo Sovrano". Secondo quei modelli illuministici e rivoluzionari del settecento, che per primi avevano superato il concetto di sovranità dinastica, senza riuscire tuttavia a sostituire al Monarca il Popolo. Quanto una caricatura del monarca stesso: uno Stato con i medesimi poteri assoluti e non discutibili dal popolo, ma con un volto ormai mimetizzato ed indecifrabile, come direbbe Galbraith.
Queste convinzioni non erano affatto così sistematiche e radicate quella sera fatidica ad Orlando. Nè voglio sostenere che le mie idee attuali siano quelle giuste o da condividersi perchè migliori. Sono solo le mie idee, nate dalle mie esperienze.
Era dunque la sera dell'incontro decisivo e definitivo con il mio "selezionatore". Venne lui a contattarmi alla base militare dove alloggiavamo. Non pensai mai, durante quel soggiorno americano, che egli, in realtà, non mi avesse mai lasciato un riferimento per poterlo rintracciare. Un telefono, un indirizzo, una base. Nulla. Ma ero tanto ingenuo e troppo pieno di orgoglio e presunzione sulla mia "preparazione da Ufficiale", per riuscire a far caso a quei "minimi" particolari.
Ancora una volta, con tecnica perfetta, mi spiazzò completamente. Ero pronto a riprendere il discorso da dove lo avevamo interrotto. Ero teso, perchè ero intenzionato a riuscire a non farmi deviare dalla linea di questioni da discutere, sulla quale avevo a lungo rimuginato. Lui era molto allegro, invece, e parlò a valanga della notte di divertimento che avremmo passato. Non un accenno al discorso rimasto in sospeso. E così dalla iniziale tensione, che traspariva inequivocabilmente dal mio disagio, passai pian piano ad una "pericolosa" rilassatezza.
Lui mi descriveva i locali dove saremmo andati e mi parlava delle follie che si potevano fare. Lungo la strada montarono in macchina con noi due suoi colleghi, sorridenti e gentili, neri anche loro come carboni, ma che non spiccicavano una parola di italiano. Durante tutta la sera parlottarono tra loro o con il mio "contatto", salvo indirizzarmi grasse risate e pacche sulle spalle se mi rivolgevo a loro. Girammo locali, uno dopo l'altro, dai più squallidi a quelli più ricercati con abat-jour rosse e luci soffuse. Donne nude e seminude dappertutto. Drinks. Tutto rigorosamente offerto dai miei "amici". Dopo il quarto o quinto drink cominciai a controllarmi di nuovo ed a rifiutare. La serata si andava facendo ambigua ed incomprensibile.
Il mio "contatto", all'uscita di ogni locale, mi diceva che eravamo alla fine del giro e che saremmo andati a conoscere finalmente sua moglie. Ma poi in macchina i suoi due colleghi gli ricordavano qualche locale particolare che "non potevano mancare di farmi visitare". E il giro continuava, nel nuovo locale. L'ultimo era costituito da una specie di passerella in panno verde, rettangolare, al centro della sala. Sgabelli lungo i bordi, per i clienti. Ragazze, alcune davvero notevoli, nude o seminude, tutte però rigidamente con collants, si agitavano sulla passerella. Se qualche cliente voleva una "esclusiva" alzava una banconota ed indicava la "prescelta" che, se riteneva congrua l'offerta, si avvicinava al posto del cliente e cominciava a danzargli davanti. La banconota finiva subito nella rete del collant, con o senza slip che fosse. Ed il cliente poteva carezzare la prescelta, con minori o maggiori limitazioni, a seconda della cifra versata. Qualche minuto di carezze e dimenamenti vari e poi via. Se si era stabilito un "feeling" ci si poteva appartare.
Tutto questo mi fu illustrato mentre mi "offrivano" ripetutamente la esclusiva di una ragazza. La ragazza che scelsero per me era davvero notevole, tanto che mi chiesi cosa ci facesse lì una donna così bella. Spesero certamente più di cinquanta dollari in quella ventina di minuti. Ma fu la mossa sbagliata, quella che allertò tutti i miei "sensi umani, militari e professionali", mentre inibiva ogni reazione sessuale. E lei ballava, e si accucciava. E io la guardavo e poi guardavo loro che parlottavano e ghignavano poco più in là. Non capivo; ma certamente, quale fosse stato il loro scopo, se una "amichevole offerta" di una donna, o un altro ancora, la situazione ormai mi aveva totalmente raffreddato. Anche lei non capiva. Prima pensò che fossi timido, poi mi chiese "perchè" e "cosa ci fosse che non andava". Alla fine quando dissi "ma insomma, basta" e mi alzai, la salutai con un grazie e lei si allontanò sorridendomi.
Il clima in macchina era un po' smorto. I due amici ci lasciarono a metà strada, mentre noi due proseguimmo per la abitazione del mio contatto. La moglie era già a letto, e lui si scusò per aver fatto così tardi. Mi portò poi nella camera della bimba. Un angioletto biondo che dormiva con una luce soffusa, azzurra come in un film. Non ho mai saputo se la moglie fosse bianca e bionda oppure come potesse essere suo quel batuffolo biondo. Poi andammo in salotto e lui prese due confezioni di pollo fritto dal freezer. Due birre e la luce di due lampade. Il film continuava. Io ero molto incazzato. Mi sentivo umiliato da quella serata così squallida al termine di un itinerario che sembrava molto diverso al suo inizio. Il suo distacco, e la sua "allegria" aumentavano il mio fastidio. Aspettavo qualche minima spiegazione. Ed arrivò, ancora una volta superando ogni mia più fervida fantasia.
Ad un certo momento si fece serio, tirò fuori un fascicolo, il mio, e guardandomi fisso mi disse:
"A questo punto, Mario, dovresti aver capito che noi ti abbiamo individuato come un possibile nostro collaboratore. Io tengo molto a te e so che per te non è facile accettare. Ho puntato molto su di te. Ma tu devi convincerti che non ti stiamo proponendo nulla che contrasti con i tuoi valori. Tu sei un sicuro difensore dei valori del mondo libero, e non ti vendi! Senza avere alcun motivo di sospettare hai saputo resistere all'alcol ed alla offerta di una bellissima donna. Non è da tutti, credimi. Ti abbiamo provato sotto tutti i punti di vista, ed ora sono certo di non essermi sbagliato su di te."
Mi diceva questo proprio mentre cercava di comprarmi! Ed era questo che mi turbava di più. Il discorso, ora, avveniva senza veli con una chiarezza spietata. Mi disse che ero stato studiato a lungo, che conoscevano tutto di me, delle mie scelte personali, e del mio curriculum di Accademia. Mi faceva sentire una specie di prescelto, seguito fin dalla nascita, passo per passo, e giunto ormai al momento della "rivelazione". Non mi riusciva neppure più di essere arrabbiato. Avevo solo voglia di capire. Capire come avessero deciso, e in che cosa consistesse questa collaborazione e come funzionasse il rapporto tra il mio ed il loro Governo. Ma lui cercava di mostrarmi soprattutto la necessità di un "controllo mondiale" della informazione, per contrastare gli avversari che "aggrediscono il mondo occidentale" con ben altra grinta e maggiori libertà, perchè "loro non sono tenuti a rispondere al popolo ed a istituzioni democratiche".
Ogni mio tentativo di obiezione basato sulla sovranità evidente di Paesi come l'Inghilterra, Israele, la Francia, ed il loro conseguente controllo totale sui propri servizi, veniva smontata con freddezza. Perchè, diceva, un conto è la efficienza degli agenti, che è nostro interesse sia altissima e continuamente verificabile, ed un altro è il "cuore" del servizio, là dove si formano e si gestiscono le informazioni e si definiscono le azioni conseguenti.
"Noi non chiediamo a nessuno di tradire il proprio Paese ed i propri valori. Ma se volessero essere "troppo indipendenti ed autonomi", li depisteremmo con estrema facilità, inducendoli ad azioni fallimentari indirizzandoli su false piste precostituite. Non si tratta, come tu potresti pensare, di una logica di dominio, ma di una necessità di cui dobbiamo essere consapevoli tutti. Solo insieme e strettamente coordinati possiamo vincere la organizzazione dell'avversario. Vorrai riconoscere che il compito ed il peso di questo coordinamento competa agli Stati Uniti d'America!. Chi non accetta di riconoscere questa necessità e questo ruolo o non capisce che non possiamo esporre a rischio la nostra sicurezza e quella di tutto l'occidente per le ambizioni di indipendenza di singoli alleati, deve essere indotto a riconsiderare i propri convincimenti."
"E la necessità di limitare al minimo i tempi di incertezza impedisce che ciò avvenga con i tempi lunghi della diplomazia politica. Questa deve potersi appoggiare a fatti, predeterminati e già portati ad esecuzione, che diano forza e credibilità alle esigenze politiche che vengono rappresentate nei colloqui diplomatici. E' guerra, Mario, in forme diverse, ma è guerra. Con tutti i criteri e le necessità della guerra, dove le azioni tattiche non sono mai disgiunte da un grande e chiaro obiettivo strategico."
"Tu sai, perchè sei stato addestrato ad essere un futuro comandante, che potresti essere chiamato a "sacrificare", coscientemente, uomini e mezzi per raggiungere risultati ed obiettivi che non sarebbero perseguibili con nessun altro mezzo. E perchè dal raggiungimento di quegli obiettivi dipende la salvezza di un numero enormemente superiore di uomini e la salvaguardia di enormi maggiori risorse. Ed a quegli uomini, che pure devi mandare al macello, sapendo e dovendo sperare che essi non sfuggano a quella sorte strategicamente determinata, non potrai confessare il destino che è loro riservato. A questo serve la disciplina. E' questo che ti è stato insegnato, non è forse vero? Ad avere uomini che consapevolmente sappiano di poter essere impiegati perchè diano la pelle, sotto il tuo comando."
No, non era affatto quello che mi avevano insegnato. Soprattutto non mi avevano insegnato, o forse io fortunatamente non lo avevo compreso in quella prospettiva - che mi sarebbe risultata inaccettabile - secondo la quale quei criteri guerrieri potessero applicarsi con automatica trasposizione alla società civile in tempi di rapporti pacifici, con lo stesso terribile cinismo della cui necessità ero consapevole che avrebbe potuto pur esserci bisogno durante operazioni belliche.
Mi tornò alla mente, come un lampo, la scena di un'altra vicenda della mia preparazione in Accademia, e dentro di me ringraziai il Generale Cazzaniga per avermi impartito quella memorabile lezione. Ero stato punito con tre giorni di cella per aver lamentato, io cadetto, che un capitano non rispondesse mai al saluto che pure gli indirizzavo correttamente e tempestivamente. Non ritenevo infatti corretto che lui rispondesse con i suoi strani "grugniti". Il Generale mi aveva chiamato in una delle aule del centro studi della Accademia perchè gli spiegassi cosa fosse successo. Appena ebbi finito di riferire, sempre rigidamente sull'attenti, lo vidi - e sentii soprattutto - esplodere in una reprimenda infinita. "Avevo messo in discussione i cardini fondamentali della vita militare, avevo esibito una presunzione inaudita ed inaccettabile, e così via". Urla, domande irose che non aspettavano e non consentivano risposte. Non so quanto andò avanti. Dentro di me mi chiedevo in che gabbia di matti fossi andato a cacciarmi. Si placò improvvisamente e suonò un campanello chiedendo al "famiglio" (così venivano chiamati gli inservienti civili) di far entrare il capitano. Bollivo di rabbia. Se mi avesse ordinato di offrire le mie scuse, avrei piuttosto chiesto di dare le dimissioni.
Appena quello fu entrato e se ne stava "tirato", appena alla mia destra, in un esagerato attenti, il generale gli sibilò: "Chieda scusa all'allievo." Non capivo. Ma soprattutto non capiva il capitano che, sgonfiandosi, chiese: "Come ha detto, signor Generale?". Quella di prima nei miei confronti mi sembrò una "leggera brezza" rispetto alla furia, agli insulti con cui il generale investì il capitano. Ed alla fine con una freddezza ancora più terribile ribadì: "Chieda scusa, all'allievo". E, sempre glaciale, lo costrinse a ripeterle tre volte, quelle scuse, sempre più ad alta voce. Poi fu pago e con tono carico di disgusto lo congedò: "Ora vada via!". Si voltò verso di me ed il suo volto carico di amarezza mi cancellò dal viso e dal pensiero il ghigno soddisfatto che vi si stava disegnando. Stancamente mi ordinò il riposo e guardandomi con tristezza e speranza insieme cominciò a spiegarmi. Molto lentamente.
"Tu davvero hai mancato fortemente contro la disciplina e l'Arma. Perchè, sapendo di avere profondamente ragione, non hai avvertito tutta la serietà della denuncia di quell'irresponsabile di un Ufficiale. Anche a me, raccontando il fatto, hai esibito il piacere di evidenziare la mancanza di un superiore! Ma questo vuol dire che tu non ti senti ancora, non sei ancora un vero Ufficiale. Lascia agli sciocchi questo stupido sentimento di rivalsa di classe! E se racconterai una sola parola di quanto avvenuto qui dentro, per soddisfare una tua vanità ti assicuro che la tua carriera si chiuderà al più presto." Poi continuò, scaldandosi man mano e con gli occhi che si fecero, alla fine quasi lucidi: "Vedi, questa canaglia che sta vestendo sempre più i gradi da Ufficiale, senza trovare nessuno che la scacci a calcioni nel sedere, si vanta spesso, nelle inchieste sulla condizione militare, della "responsabilità" che hanno gli Ufficiali, consapevoli che un giorno potrebbero essere costretti a mandare a morire i propri uomini. Fa effetto, colpisce la sensibilità degli ascoltatori e soddisfa il proprio orgoglio. Ma questa drammatica realtà loro la vivono come coscienza di potere. E non potendo avere occasioni prossime di verifica sul campo, esibiscono questo indegno senso di potere con atteggiamenti come quello che tu hai segnalato. I suoi grugniti in risposta al tuo saluto sono il segno del suo disappunto per non aver potuto esibire tutta la sua possibilità di repressione se tu avessi mancato. L'oggetto del suo potere sono tutti gli inferiori, quello del suo servilismo ogni superiore, verso il quale nutre non rispetto ma solo sottile gelosia e strisciante cortigianeria per curare il proprio futuro. Cosa vuoi che capisca uno così della "Difesa della Patria"?
"Tu ricorda sempre: E' vero, un giorno potresti essere chiamato a mandare degli uomini a morire. Non gioire mai di questo potere terribile. Avrai davanti giovani pieni di vita e di fierezza. Non ingannarli mai. Dovrai sempre sapere tu, e loro con te, per che cosa vanno a rischiare la vita. Sempre. Dovrai sentirli, ognuno di loro, come i tuoi figli e allora tu dovrai morire cento volte, come moriresti per un tuo figlio vero, per ciascuno di loro prima di congedarli verso la morte. Per questo, se vuoi essere un Ufficiale, devi giurare a te stesso di non permettere mai a nessuno, nemmeno a te stesso ed ai tuoi sentimenti ed interessi, di rendere meschino questo strano mestiere. Non permettere mai che sia infangato ed umiliato l'onore della divisa che indossi e della fedeltà alla Patria che hai giurato. E non godere di saperti migliore di pezzenti come questo figuro che chiamare capitano è già una vergogna. Imponiti di essere migliore di loro ed incazzati come una belva ogni volta che li vedi "tradire". Combattili apertamente, duramente. Ricorda che essi offendono la stessa divisa che indossi te, e potrebbero mandare a morire, con soddisfazione sadica, i tuoi stessi uomini e perdere tutto il tuo popolo, se mai avessero responsabilità di operazioni. Liberati di loro, se sarai loro superiore, combattili se sarai loro subordinato. Ma lealmente e con sofferenza. E ora vattene.". Quella vicenda mi aveva segnato in profondità. Ma gioiosamente. Era bello, pur nelle differenze profonde che sapevo riconoscere tra la formazione del generale e la mia, sentire che c'era, poteva esserci, una grande nobiltà nel cammino che stavo facendo. Ma non avrei mai creduto di dover mettere alla prova, da così giovane ufficiale, la mia capacità di reagire correttamente a fascinose induzioni alla progressione del tradimento.
Dovetti vincere questa mia profonda repulsione per i principi esposti dal mio interlocutore americano- sui quali tuttavia sapevo fin da allora che non avrei mai più finito di rimurginare negli anni a venire - per cercare di capire, ancora e di più, quale fosse il meccanismo di controllo politico in base al quale lui riteneva così normale quel suo tentativo aperto e sfacciato di acquisizione.
Quello che non mi convinceva, e glielo dissi brutalmente, era che questa necessità non venisse organizzata dai Governi dei vari Paesi, con negoziati diretti e nella pari dignità, perchè poi ogni Governo potesse dare direttive precise ai rispettivi Servizi. "Tu sei istituzionalmente mio alleato, dissi, ma se il mio Governo non mi dà le direttive della collaborazione con te - e che siano rispettose delle nostre previsioni costituzionali - tu per me puoi essere anche un temibile avversario. Perchè io ho giurato fedeltà al mio Paese ed alla sua Costituzione, non agli Stati Uniti d'America." Sorrideva, scuotendo la testa. Era evidente che le sue ragioni non mi stavano convincendo. Neppure l'esibizione di quei miei lavori didattici di Accademia, che - benchè mi sorprendesse molto vederli nelle sue mani - non mi aveva scosso, come invece lui evidentemente si aspettava.
"E credi davvero che questo colloquio avvenga all'oscuro del tuo Governo? Credi davvero che io abbia contattato te, riconoscendo la tua matrice di sinistra - di una sinistra liberal, e che nasce dalla tua fede in Dio, come è la nostra e non certo di una sinistra sovietica - senza il consenso dei tuoi? Pensi davvero che certe cose ti possano venire dette <pubblicamente> dal tuo Governo, e che non debbano rimanere invece nella riservatezza di incontri come il nostro, che saranno sempre smentiti, se necessario? Pensi che il tuo fascicolo lo abbiamo rubato, o non ritieni che debba essere stato qualcuno dei tuoi ad avercelo dato, dopo averti segnalato?" Ero io, ora, a vacillare sotto lo stringente ragionamento. Ma non volevo crederci, foss'anche per puro spirito nazionale. Non poteva essere lui, un americano, a dirmi ciò che faceva il mio Governo nei miei confronti, e cosa dovessi fare io, senza alcuna lettera di accredito.
Quando parlai di "accredito", sembrò rassicurato e quasi certo di poter chiudere la sua partita. Contento come può esserlo chi è vicino ad un "successo personale". Avrei capito più tardi, nel tempo, che su di me era lui ad aver scommesso come selezionatore, e che ora rischiava molto, nella sua credibilità interna al servizio, in caso di insuccesso.
E', o dovrebbe essere, un costo previsto, a carico del selezionatore, nel "gioco" del reclutamento degli agenti, in relazione alla qualità del soggetto scelto, della riuscita della acquisizione e dei suoi successivi risultati. Per noi italiani la cosa può apparire oscura e incomprensibile, dopo aver visto la totale irresponsabilità di chi ha selezionato personaggi come Giannettini o Marco Affatigato. Quella infinita e scellerata lista dei "nostri collaboratori istituzionali". Collaboratori alle deviazioni ed alle stragi, piuttosto che alla sicurezza del Paese. Ma, comunque, collaboratori funzionali ad un "anticomunismo" che non era dichiarabile fino alle sue estreme conseguenze (quali appaiono appunto le stragi), e tuttavia fortemente e sistematicamente organizzato dai nostri controllori, anche utilizzando le peggiori leve della destra più violenta. Una selezione, quella nostrana, della quale tuttavia nessuno dei responsabili ha mai dovuto rispondere amministrativamente e sostanzialmente, se non con qualche "conferma", con tono sufficiente e minimalista, davanti alla Commissione Stragi (v. deposizione Parisi su Affatigato). Questa è la conferma che a differenza degli Stati Uniti ove i compiti "militari" sono strettamente correlati e funzionali agli obiettivi politici, e sottoposti a rigide verifiche, da noi gli uomini della Intelligence sono chiamati a servire correttamente e "fedelmente" gli orientamenti di altri poteri esterni alla volontà politica nazionale. E solo ad essi rispondono, nella assoluta incapacità dei rappresentanti istituzionali di rivendicare il proprio ruolo guida ed i propri poteri di controllo e sanzione.
E torniamo ad Orlando, vent'anni prima, nel momento più drammatico e conclusivo della mia esperienza.
Con calma, ed atteggiamento quasi "sacrale", il mio selezionatore cercò un documento tra le sue carte. Lo scorse un attimo. Poi me lo tese. "Volevi un accredito? Guarda. Voi avete sottoscritto degli impegni precisi con noi Americani."
Non era un originale. Riproduceva infatti tre fogli di cui i primi due fotocopiati sull'avanti-retro. Cosa impossibile in un documento ufficiale. La classifica: "TOP SECRET". La data stranamente era in fondo, prima delle firme. Una data strana, non battuta a macchina; ma con un piccolo timbro. Strana in sè stessa "3 o 13 Febbraio 1947" (non si capiva se si trattasse di un 1 davanti al 3 o se fosse il bordo del timbro). Strana perchè in quella data non mi sembrava di ricordare, come ho poi potuto verificare, fossero avvenuti incontri ufficiali tra il nostro Governo e quello degli Stati Uniti. Sulla sinistra una firma di un non meglio decifrabile staff dell' U.S. Governement. Sulla destra, per il Governo Italiano, una firma a me sconosciuta e poco decifrabile non copriva il nome trascritto a macchina: "De Gasperi".
Il contenuto era micidiale, se avesse corrisposto alla verità politica. Si sarebbe trattato di quei protocolli segreti di cui si sentiva parlare e sparlare da sempre senza alcun riscontro documentale.
Tre punti - dopo una introduzione che mi risparmiai - che lui, il mio "talent-scout", mi aiutò a decifrare.
Il primo ha trovato riscontro appena recentemente nello studio di Nico Perrone sui documenti declassificati dal Governo USA e pubblicati nel testo "De Gasperi e l'America" edito per i tipi della Sellerio. Esso impegnava il Governo italiano a "liberare dai lavoratori comunisti" tutti i luoghi ove fossero presenti insediamenti americani, ovvero industrie che ricevessero finanziamenti e commesse americani, e ove fossero comunque presenti interessi degli Usa.
Nel secondo si delineava la creazione di una "figura" politica, "rappresentante degli Stati Uniti, presso l'ambasciatore americano in Italia" (quindi un incomprensibile doppione) per il quale il Governo italiano consentiva che avesse facoltà di esprimere riserva sulla indicazione e nomina de:
- Il Presidente del Consiglio
- Il Ministro per la Difesa
- Il Ministro per l'Interno
- Il Ministro per gli Esteri
dei futuri Governi italiani.
Il terzo, quello che a detta del mio contatto doveva essere "quello che mi interessava", consentiva a che questo "misterioso" personaggio organizzasse autonomamente operazioni, in territorio italiano, "per la difesa e la salvaguardia degli interessi e della Sicurezza degli Stati Uniti d'America". Era un colpo micidiale, da vero Knock-out.
Non dicemmo parole. Ci guardammo negli occhi, per un tempo che non saprei dire. Nè potrei descrivere l'accavallarsi tempestoso di pensieri e sensazioni che mi attraversarono la mente. "No, mi spiace ma è NO. Se è così, Tu sei il nemico, e qualcuno dei miei ha venduto il mio Paese. Ma io non ci sto". Le uniche, le ultime parole che mi riuscì di articolare, mentre mi alzavo piano da quella poltrona. Da quel momento parlò, e poco, solo lui. Raccolse le sue carte con evidente delusione e stanchezza, ma non le ripose nemmeno.
Le lasciò appoggiate sulla sua poltrona e subito mi accompagnò fuori, all'auto con cui mi avrebbe ricondotto alla base. Durante quel tragitto mi disse di non angustiarmi troppo, e che non potevo essere certo io a cambiare le cose del mondo e della storia. Che forse ci saremmo rivisti e che si spiaceva di aver forse bruciato una possibilità anticipando troppo i tempi, mentre non ero ancora "pronto". Che dovevo rendermi conto che quel nostro incontro "non era mai esistito", come ogni persona o documento che avevo pur conosciuto. Non era necessario, disse, spiegarmene i motivi evidenti. Non solo perchè non sarei stato creduto, ma per la mia stessa sicurezza. Tuttavia mi pregò di portare con me il suo anello. Un anello con le sue iniziali ed uno strano segno incisi al suo interno. Un giorno disse avrebbe potuto essermi utile. Oggi sono quasi convinto che quell'anello possa essere stato la mia garanzia assicurativa per non essere eliminato fisicamente, perchè forse quell'anello avrebbe potuto rivelare un incontro "inesistente" al quale nessuno avrebbe dovuto poter risalire.
"Ciao", l'ultimo saluto all'ingresso della base. Mi sentivo triste. E mentre mi avviavo verso gli alloggi - ed era quasi l'alba -, riguardando quell'anello, di colpo mi resi conto che, ancora una volta,non avevo badato nè all'indirizzo della sua abitazione, nè avevo il suo nome, nè un numero telefonico o una base militare di appartenenza. Nulla. Solo un anello e una totale incertezza su cosa avrei dovuto fare. E soprattutto una profonda soffocante sensazione di solitudine. Ma, sebbene turbato, non ero "sorpreso" di quanto mi era accaduto. Perchè a differenza di un cittadino ordinario che si veda investito dall'inaspettato ciclone di un involontario coinvolgimento in scenari internazionali (come lo spaesato Cary Grant, protagonista del classico film di Hitchcock "Intrigo Internazionale") io sapevo di essere stato preparato a qualcosa di molto simile a quanto avevo vissuto.
E forse solo quel giorno, quella notte per meglio dire, era nato davvero un Ufficiale della Repubblica Italiana. Il Monte Serra, dopo altri due anni, avrebbe fatto di me un "Ufficiale strutturalmete diverso". Ma diverso solo rispetto a quelli dei miei colleghi che direttamente - perchè messi alla prova come me - o indirettamente - per soggezione ed acquiscenza progressiva fino alla complicità al "sistema deviato" - piuttosto che difendere questo Paese, hanno accettato di tradirlo e di abbandonare inermi cittadini nelle mani di chi riteneva di avere il diritto di tutelare i suoi interessi anche con le bombe ed il terrorismo.
"Diverso" da quasi tutti i miei colleghi Ufficiali, anche se è stato confortante trovare e riconoscere tanti Sottufficiali che senza esperienze come la mia, senza la mia preparazione, senza i miei privilegi di condizione, combattevano fino in fondo la battaglia della loro fedeltà e del loro servizio. E così sono stati importantissimi la compagnia di un uomo, il Tenente Colonnello Marcucci, che per questi valori è stato ucciso, ed il privilegio della sua amicizia fraterna.
Ognuno di noi però avrebbe dovuto affrontare la stessa terribile solitudine di scelte "uguali", nella accettazione dei prezzi che andavano pagati, benchè nate da esperienze diverse tra loro. Perchè siamo paurosamente soli quando dobbiamo confrontarci esclusivamente con la nostra coscienza.