CAP.11

IL DOPO USA: CHE FARE DUNQUE?

 

Nello scrivere il capitolo precedente mi sono chiesto ripetutamente se non stessi correndo il rischio che la mia rilettura di quegli avvenimenti risultasse troppo condizionata dalla esperienza successiva e dalla mia condizione attuale.

Credo di essere riuscito, in qualche misura, a separare la sequenza dei fatti dalle ampie parentesi di riflessioni personali sul contesto. Considerazioni che sono certamente il frutto di tutte le esperienze vissute anche successivamente. Considerazioni che ciascuno potrà condividere o meno, ma necessarie ad illuminare lo scenario  nel quale io ritengo che possa trovare un qualche senso una esperienza come quella che avevo vissuto negli Stati Uniti, e le altre che a quella sono seguite in assoluta continuità e consonanza.

Dovremo convenire che qualsiasi racconto di una vita non riuscirà mai a rendere fedelmente la realtà delle sensazioni che si sono vissute. Tutto viene sempre riletto con il condizionamento di ciò che si è diventati, per quelle esperienze o grazie a quelle esperienze. Quanto andrò scrivendo rimane pertanto affidato alla libera interpretazione degli eventuali lettori. Ma nulla e nessun giudizio potrà mutare la mia storia.

Ed anche il mio racconto non potrà che essere un piccolo tassello delle tante personali esperienze di ciascun lettore. Esperienze dalle quali ciascuno trae, in qualche misura, motivi per le proprie scelte di vita. Io credo infatti che noi siamo solo ciò che scegliamo di essere, e nessuna esperienza, positiva o negativa, può essere "indifferente" per la vita di ciascuno di noi. E credo che nessuna esperienza, per quanto negativa o ingiusta, possa farci irresponsabili di ciò che scegliamo di essere, delle scelte fondamentali che decideremo di fare e delle azioni conseguenti. E' dunque solo sui valori, ai quali ciascuno sceglie di fare riferimento, che è possibile un confronto tra opzioni diverse di vita.

E' necessario allora soffermarsi ancora nei vari capitoli - tra brani di storia ed ulteriori riflessioni e valutazioni - per cercare di capire insieme come e perchè sia stato possibile che una vicenda come quella statunitense abbia dovuto essere taciuta per vent'anni, e come e perchè essa abbia potuto comunque dispiegare tutti i suoi più terribili effetti - senza la benchè minima reazione politica - sulle vite personali. Non solo mia e dei miei familiari, voglio dire, e nemmeno esclusivamente su quella dei colleghi che hanno pagato fino alla vita il loro impegno. Ma parlo soprattutto delle inermi vittime delle stragi che negli anni successivi ci toccarono tutti così da vicino. Anche se è triste ed amaro verificare che siano stati in pochi, tra i cittadini e tra i militari "onesti", ad accorgersene, oltre alle vittime ed ai loro parenti superstiti).

Ed ancor più in particolare intendo parlare di quelle stragi che furono più vicine a noi del Movimento Democratico dei militari della Aeronautica, e parlo del Monte Serra e di Ustica. Così vicine da lasciarci addosso una specie di "sapore di morte". Un sapore tale da bruciare alla fine anche noi e le nostre speranze. E quelle dei nostri figli con noi.

Tutto ciò non sarebbe potuto avvenire se non fosse esistito, come abbiamo invece dovuto sperimentare giorno per giorno con crescente sconcerto ed amarezza, un clima politico, militare e giudiziario-militare assolutamente predisposto a consentire allo scempio che del diritto e della Democrazia avrebbero fatto i nostri alleati e controllori in quegli anni. Per complicità consapevole; o per una indifferenza che si faceva sciatteria ed omertà comunque funzionale o, peggio, interessata collusione.

Ma alla consapevole e deliberata complicità di alcuni tra i vertici militari e certamente di alcuni ambienti politici di Governo, è divenuta poi funzionale anche quella superficialità scellerata che emergeva nella "in-coscienza e in-competenza" politica, sul piano squisitamente militare e sui condizionamenti internazionali della nostra sovranità, dei nostri rappresentanti parlamentari preposti a funzioni di vigilanza e controllo, anche quando fossero esponenti della opposizione. L'ansia di un accredito internazionale che li legittimasse a governare si è dimostrata più forte di qualsiasi coscienza dei compiti e delle funzioni di garanzia.

Vent'anni dopo, nel Novembre 1995 in una audizione davanti ai Parlamentari della Commissione Stragi strappata con un durissimo digiuno di 33 giorni, avrei avuto l'ultima definitiva, amarissima conferma di questa realtà politica comunque scellerata, quando non sia cialtronesca. E' infatti sconcertante il dilettantismo e la assoluta inconsapevolezza della delicatezza della materia loro affidata, e che dovrebbe essere tutelata con ben diversa autorevolezza e fermezza da rappresentanti istituzionali, piuttosto che con la approssimazione e la soggezione psicologica al "dominatore politico", che è invece trasparsa in quella audizione.

Audizione tragica per me, molto di più di quanto lo fosse stata quella esperienza americana. La audizione è stata infatti il segnale, per i miei controllori - che dalla vicenda americana in avanti mi hanno seguito con una attenzione continua ed asfissiante, come addetti ad una specie di terapia intensiva -, della possibilità e libertà di realizzare il mio definitivo isolamento sociale politico ed umano, laddove la esclusione dalle Forze Armate non era stata sufficiente a farmi abbandonare l'impegno per la Verità e la Giustizia sulle stragi. E per il riscatto degli uomini delle Forze Armate da un destino ingiusto e da un immeritato marchio di infedeltà e corruzione.

Ed anche quella radiazione con infamia dalle F.A., come vedremo, si era resa possibile per un chiaro segnale di "indifferenza" della politica alle azioni e determinazioni che i vertici militari avessero concretizzato contro di me - come contro qualsiasi altro militare democratico -, anche violando ogni minima garanzia ed ogni regola e norma di diritto.

C'è dunque un destino, che accomuna tutti i militari democratici che si siano riconosciuti nelle istanze del Movimento di rinnovamento e per esse si siano battuti in totale trasparenza e responsabilità, che non è solo il frutto di sordide conflittualità di settori deviati, ma appare sempre con maggiore evidenza frutto di una indifferenza politica, "annoiata e preoccupata" dalle esigenze che le venivano poste da ciascuno di quegli uomini.

C'è un lungo itinerario personale dietro queste mie amare considerazioni. Un itinerario iniziato non appena rimesso piede in Italia dopo l'esperienza americana, in quel lontanissimo 1975. Doveva pur esserci un modo, andavo arrovellandomi, per verificare se fosse mai possibile che coscientemente i vertici, politici e militari, di questo Paese avessero potuto svendere davvero la nostra sovranità, ai livelli che mi erano stati rivelati.

Mi era stata "regalata", dal mio talent-scout, l'esigenza di una profonda diffidenza: se davvero quel protocollo era "operativo" fin dal 1947, e se davvero i vertici politici e militari del Paese ne avevano avallato la efficacia con continuità, fino a segnalare i possibili "prescelti" e consegnarne i curricula, non potevo e non dovevo "fidarmi" aprioristicamente di nessuno. Certamente l'esito negativo del tentativo di "reclutamento" era stato già segnalato ai referenti italiani e non potevo aspettarmi alcun trattamento "leggero".

Ma quanti erano in realtà coloro che avevano già tradito? Pensavo che avrei dovuto fare molta fatica per una verifica che avesse un minimo di sostanza, tale cioè da poter costituire elemento per un impegnativo confronto politico nelle sedi istituzionali e nel Paese. In realtà non fu poi necessaria una eccessiva fatica, per arrivare alla triste verifica. Ma intanto si poneva il problema del "Che fare?".

Se nel nome di un viscerale quanto "nebuloso" anticomunismo mi era stato rivelato uno scenario assolutamente insospettato, bisognava che io riuscissi a capire a quali criteri potesse rispondere quel concetto di "anticomunismo".

Esso nella sua dimensione di vigilanza "antisovietica" aveva in sè una qualche giustificazione, se non altro in relazione alla Alleanza politico-militare della quale facevamo parte, e che io consapevolmente avevo accettato. Ma fino a dove si spingeva questa "vigilanza"? Fin dove arrivava il vero pericolo "rosso" del sovietico nemico, e dove iniziava invece la costruzione artefatta - e dunque falsa - del pericolo attraverso elementi asserviti e quindi deviati?

Ed in quanti ed a quale livello avevano già tradito ogni previsione costituzionale, nonostante il giuramento di fedeltà, consentendo alla "devianza" che in nome di quella vigilanza fosse stata loro proposta?

Perchè una Costituzione come la nostra non escludeva certo il perseguimento penale e politico-amministrativo di quanti ritenessero di svolgere "intelligence con il nemico", e tuttavia aveva identificato nel fascismo e nella sua futura riproposizione, in ogni possibile forma, il vero avversario, e dal pensiero della solidarietà socialista e cattolica aveva piuttosto tratto la essenza delle proprie radici più profonde. Che è altra cosa dal giustificare su quel pensiero le degenerazioni dei sitemi politici che si erano prodotti al loro riparo: il regime sovietico come quello dei sistemi militari golpisti latino-americani, gli uni inneggianti al comunismo, gli altri riferendo alla fede evangelica.

Era questo che dovevo capire, anche se questo mi condannava fin da subito a portare "in silenzio" il peso della esperienza vissuta.Dovevo impormi anzitutto di riuscire a non "valutare" pregiudizialmente fatti e situazioni. E' facile, se si cadesse in un simile inganno psicologico, darsi poi ragione di ogni parola, di ogni atto che altri potessero compiere. Accade così nelle normali dinamiche dell'innamoramento e della gelosia, figuriamoci in quello spazio così impalpabile come è la gestione del potere. Il limite con la fobia diverrebbe eccessivamente sottile, e si comincerebbero a vedere tranelli e nemici dappertutto. Altra cosa è l'essere consapevole e di quei tranelli e di quei nemici; ma cercarli e inventarli dappertutto diviene "malattia grave".

Piuttosto avrei dovuto cercare di anticiparli, quelli che ormai erano i miei veri avversari, attuando cioè tutte quelle tecniche che mi erano state insegnate. Ed avrei dovuto utilizzarle con il metodo più efficace, cioè quasi "distrattamente". Utilizzando ogni occasione che si fosse presentata, senza dar vista di seguire un obiettivo preciso. Avrei dovuto usare cioè "la provocazione" innanzi tutto, come strumento di analisi e per un tentativo di diagnosi.

La provocazione non è la sfacciata esibizione di antagonismo che si potrebbe pensare, se riferiamo ad una banale rissa da strada o da film. Essa è la raffinata ed astuta lotta tra "preda e cacciatore", dove si pongono trappole guarnite di esche invitanti e mimetizzate, dove si assecondano gli istinti e le aspettative dell'avversario. In un profondo, costante rispetto, perchè consapevoli che ogni mossa affrettata o sbagliata potrebbe esporci alla sua feroce ritorsione proprio quando il nostro equilibrio fosse anche momentaneamente più instabile e le nostre difese meno vigili.

Tanto meno potrà essere il tentativo di apparire "falsamente amici", nella illusoria speranza di captare più e meglio delle intenzioni dell'avversario. Quando, per di più, questo "gioco" della provocazione avviene in casa e tra i "tuoi" non ci si può permettere di essere "scoperti" a sostenere un ruolo di falsa amicizia e complicità, così scontato e puerile quanto pericoloso ed improduttivo.

Specialmente nel mio caso, perchè se lo scenario descritto dal mio "talent-scout" fosse stato vero anche solo in minima parte di certo i referenti "su questa sponda" erano già stati tempestivamente informati del mio rifiuto e della mia conseguente "pericolosità", e non avrebbero abboccato ad una "amicizia" ormai non più credibile.

Quando si adotta la provocazione bisogna dunque che al più presto, dopo una fase iniziale di studio, l'altro sia consapevole che tu sei "da un'altra parte", e che tu divenga per lui e la sua "sicurezza" un pericolo, costante, asfissiante, e soprattutto che lui ti senta assolutamente determinato. Questo dovrà indurlo al nervosismo, che potrà spingerlo ad improvvise collere di rivolta, nel tentativo di dimostrare di essere il più forte, e con il convincimento di potersi liberare di te in un sol colpo. Ma sarà anche ciò che potrebbe perderlo, se la sua reazione non fosse subito "risolutiva", perchè lo rivelerà in tutta la sua vera "identità" e con le sue reti di riferimento. I suoi protettori, cioè i suoi "superiori".

Questo sarebbe vero e risolutivo però, come sempre lo è per smascherare un settore deviato, solo se il vertice istituzionale fosse "sano" e non fosse intenzionato a coprire le responsabilità delle deviazioni, come a me è invece accaduto di dover tristemente verificare. Bisognerà comunque, quando si scelga di attuare una strategia di provocazione, che benchè mossi ed ispirati da "valori", non si cada mai nella aspirazione di "redimere" attraverso la personale testimonianza. La testimonianza infatti o diviene un'arma di costante denuncia per un coinvolgimento degli uomini e delle istituzioni nel contrasto alla deviazione (in una parola si fa strumento di una concreta azione politica), o diviene un inutile moralismo inefficace per un vero cambiamento e, più spesso, essa diverrebbe una scelta suicida.

E' inutile ad esempio chiedere ad un maresciallone, individuato come colluso alla corruzione, di mutare i suoi atteggiamenti, con una ambizione "educativa e di recupero". Egli ha percorso un lungo cammino ed ha esperimentato consolidate complicità "in alto" per arrivare ad essere quello che è, e per mostrarsi spudoratamente per quello che è. Un esponente, per quanto minimo e periferico, di un sistema mafioso sul quale riposa la sua sicurezza e la sua sfrontatezza, pronto a chiedere la eliminazione fisica ed immediata di colui che crei disturbo. Egli va dunque direttamente accusato per i suoi metodi e "minacciato", con serie intenzioni, di denunciarne le attività illecite alla magistratura ed ai superiori gerarchici. Basterà poi "seguirlo" per rilevare gli effetti del timore che avrete indotto.

La sua prima visita sarà al suo immediato referente, suo superiore e possibilmente anche superiore vostro, al quale andrà a lamentare - con il fare servile e ricattatorio tipico dello "schiavo" - la vostra aggressione. A rappresentare il timore per la sua esposizione; ma soprattutto la sua richiesta di non essere abbandonato e la sua decisa intenzione a "non rispondere da solo delle sue azioni", se venisse abbandonato dai suoi "garanti" e nel caso che a voi fosse consentito, senza contrastarvi, di portare a compimento le vostre "minacciose" intenzioni di ristabilimento della legalità. Sarete allora convocati, con fare affettato e compreso ed interessato, da quello stesso "primo garante", che cercherà di capire qual'è la vostra forza reale. E dovrete allora essere ancora più astuti per continuare a tirare ulteriormente il filo, sempre più sottile e delicato, della complicità. 

Quando la provocazione raggiunge invece una persona pur diversa da te ma in sintonia con i tuoi valori ed obiettivi, essa scatenerà reazioni anche indignate ma genuine e dirette. Di dissenso, di contrasto, anche di rabbia. Ma che lo riveleranno, anche lui, per essere quello che è: una persona limpida, con cui è possibile camminare assieme.

Questi "scontri cercati" fecero di me il nemico più pericoloso per i progetti e le prassi "criminose" - in quanto illegali - che allora riferivano, nella 46^ AB, al Col. Cogo Com.te del Reparto Volo ed arrivavano al temporeggiatore (forse anche così "onesto" da non essere direttamente coinvolto, ma assolutamente ignavo) Gen. Cartocci, Com.te della Base, attraverso il suo vice Col. Persichetti. Questi era davvero un Ufficiale "insignificante", perduto com'era dietro i rapporti con la bassa manovalanza delle mense, "per qualche bistecca in più" nel suo frigo privato, e dietro attività illecite come l'uso privato di officine militari e qualche percentuale sul contrabbando di tabacco, olio meccanico ed avorio che si svolgeva con una sistematica continuità, grazie ai mezzi di trasporto che il Paese aveva invece affidato alle F.A. per più nobili scopi.

Ma questo stesso metodo dello scontro cercato fece di Alessandro Marcucci e me due fratelli, più che due amici. Due persone rimaste se stesse fino alla fine - la sua fine umana purtroppo e per un omicidio rimasto non indagato come tale -, con le differenze iniziali rimaste intatte benchè ci fossimo compenetrati profondamente. E con la medesima determinazione, perchè si tornasse alla legalità come condizione ordinaria ed alla responsabilità come condizione necessaria.

Il motivo della prima fondamentale verifica, come spesso accade, fu davvero banale, almeno in apparenza: la gestione degli stabilimenti balneari della base, sul litorale di Tirrenia. Si tratta di una delle tante ed incredibili praebende di cui usano le F.A. nei luoghi marini, montani e lacustri di tutta Italia, nei posti più incantevoli del nostro Paese. Voci di bilancio - mai analizzate seriamente dai responsabili politici - utilizzate per inconcepibili privilegi, ed ove si consumano incalcolate risorse umane ed economiche, fuori da qualsiasi criterio operativo e sottratte a qualsivoglia genere di rendicontazione.

Un privilegio, si dirà, riconosciuto ad uomini esposti ad una professione rischiosa e malpagati. Se non fosse che - al di là di ogni valutazione sul merito politico e sociale di certe paternalistiche considerazioni, o sul metodo politico-istituzionale con cui quelle condizioni di disagio andrebbero accertate e riconosciute, ed attenuate o sanate (che non potrà certamente essere quello di consentire che "ci si arrangi" con risorse pubbliche e con inammissibile arbitrio)- in realtà questi posti esclusivi sono riservati solo in minima parte al personale (specie ai "meno abbienti"), e sono sottratti totalmente ai normali cittadini, anche in dispregio a norme generali, come è l'obbligo di "passo libero per la battigia" ad esempio  fissato dalla Legge per ogni stabilimento balneare.

Per il personale militare invece si fissa una specie di "numero chiuso" (con lo scatenamento delle ovvie clientele e delle lotte servili e cortigiane che è facile immaginare allo scopo di ottenere l'ambito "passi"). E questi ameni luoghi finiscono così per divenire una sorta di circoli esclusivi ove la crema delle varie società mondane locali ha maggior  "diritto" di accesso e servizio - unitamente ad amici, amici degli amici e parenti fino al dodicesimo grado - rispetto agli stessi militari.

Tutti i "graditi ospiti" nonostante le loro cospicue fortune usufruiscono, proprio in quanto esponenti autorevoli della "Società Civile" dei luoghi ove siano insediate queste "riserve" militari, di quanto è negato ai comuni cittadini. Dei prezzi stracciati ad esempio (grazie alle pubbliche risorse che integrano le tariffe solo nominali). E vengono serviti, in guisa di valletti e camerieri, da giovani di leva. A questi ragazzi forse non parrà vero di trascorrere la naja tra belle ragazze nelle località di mare più incantevoli, o sui più bei campi di sci delle Alpi e dell'Appennino, con la possibilità di qualche avventura un po' più sicura e "stagionata". Ciò non sminuisce l'inverecondo uso che di essi si fa, piuttosto che addestrarli. Responsabile dello stabilimento è normalmente un Tenente Colonnello, per il quale evidentemente si ritiene che le risorse pubbliche utilizzate per la sua preparazione siano correttamente impiegate anche con la sua trasformazione in oste, salumiere e gestore di complessi vacanzieri.

Comunque non avevo ancora toccato neppure uno di questi particolari aspetti di quella nostra realtà "operativa". In quella estate avevo piuttosto messo in discussione la rigida divisione che avveniva, nello spazio cabine e sull'arenile, tra il settore per i familiari - mogli e figli - dei Sottufficiali e quello dei familiari degli Ufficiali. Un muro invisibile ma invalicabile, costituito da una striscia di arenile libero da ombrelloni, andava dallo stabilimento fino alla battigia. Era rispettato con totale ossequio da molte delle signore dei sottufficiali, e con aristocratica pretesa da alcune delle signore degli Ufficiali. Nella maggioranza dell'uno e dell'altro dei due "schieramenti" la situazione creava in realtà un estremo e mal sopportato disagio.

In un pomeriggio di Settembre di quel 1975, al Circolo Ufficiali della Base di Pisa, con altri Ufficiali, si parlava con il Col. Cogo proprio delle "provvidenze" per il personale. Il Colonnello ci illustrava il suo progetto di un CRAL aziendale e ci sollecitava ad appoggiare quel progetto attraverso "la Calotta". La Calotta è una strana istituzione interna che raccoglie i giovani Ufficiali con scopi di "rivendicazione" e proposta, se concordate con il Comandante, e di pura goliardia, nelle forme e negli esiti, per le denunce "impossibili". Una specie di sfogatoio legittimato ed impotente per gli impeti giovanili di "voglie riformatrici". Il CRAL aziendale di contro era a quel tempo previsto con uno statuto militare specifico; la cui condizione più caratterizzante era che quel CRAL fosse vincolato all'ENAL, se istituito nelle basi delle Forze Armate, o almeno della Aeronautica.

Il Colonnello sosteneva, quasi fosse "normale",  che per quel progetto si sarebbero potute impiegare tutte le potenzialità del "nostro" trasporto aereo (la base di Pisa è l'unica base del trasporto aereo italiano, ma per il Col. Cogo essa era "nostra" perchè evidentemente intesa come proprietà privata dei comandanti pro-tempore) per acquisire e trasportare a Pisa viveri e generi di consumo ai migliori prezzi individuabili su tutto il territorio italiano.

Colsi al balzo l'occasione. Vedevo un certo disagio e dissenso anche tra i colleghi presenti, e ritenevo che una "provocazione" ad approfondire quanto ci veniva proposto, avrebbe fatto emergere le diversità ed indotto alcuni a schierarsi. Ma da lì a poco lo scontro durissimo sarebbe stato limitato al Colonnello e me soli.

Contestai i suoi convincimenti, criticando quello che definii "uso improprio ed illegittimo" dei mezzi militari che ci erano stati affidati a ben altri scopi, e soprattutto paventando che se il CRAL doveva finire come lo stabilimento balneare meglio sarebbe stato non avviarne neppure la realizzazione. Lo portai a dibattere e motivare - senza che gli riuscisse - quell'uso improprio ed ingiustificato, secondo il mio parere, delle risorse pubbliche. Lo costrinsi pian piano, pressandolo sempre più intensamente, a spiegarmi il senso della divisione tra mogli e figli di Ufficiali e Sottufficiali. E lì ci fu lo show.

Inviperito per il terreno "scivoloso" sul quale lo avevo condotto, e certo di potermi finalmente impartire una lezione di "vita militare", riprese la parola con veemenza. Mi spiegava che, ebbene sì, c'era una differenza culturale e quasi genetica che giustificava quelle divisioni. Che tale diversità era riscontrabile nelle letture che le "diverse" signore portavano in spiaggia - le une leggendo riviste di pettegolezzo, le altre testi di narrativa -. Che le esigenze della cosiddetta democrazia costringevano lui sua moglie, ed ogni altra famiglia di Ufficiale "che fosse tale", a "sopportare la contaminazione" dei propri figlioli con quelli dei Sottufficiali, ben sapendo però, ed angosciosamente, che i loro ragazzi sarebbero tornati da quelle esperienze con un lessico distorto dal turpiloquio e dalla vacuità degli argomenti dei loro coetanei "sottufficiali".

Con feroce freddezza, quando ebbe finito, contestai ogni suo passaggio e definii parafascista la sua divisione social-genetica. L'unica sprezzante risposta, con la quale interruppe bruscamente il colloquio, fu accompagnata da un gesto di fastidio del braccio e della mano, quasi ad allontanarmi dalla sua presenza "regale": "Ma lei doveva fare il missionario tra i Baluba, non l'Ufficiale della Aeronautica!". Registrai mentalmente e profondamente quel colloquio importante per le verifiche di cui avevo bisogno.

Non trascorse molto tempo perchè un annoiato Colonnello Persichetti mi chiamasse per chiedermi "cosa fosse successo" tra me ed il Col. Cogo al Circolo Ufficiali. Il suo atteggiamento svogliato tuttavia si fece via via più attento quando, invece che un Ufficiale contrito e timoroso, si avvide di trovarsi davanti ad un glaciale e deciso interlocutore. "Lei sa che cosa è avvenuto Comandante. Non sono io a dover dire cosa è successo; ma è Lei che deve dirmi, se ho sbagliato, dove ho sbagliato e se le tesi del Col. Cogo siano condivise dal Comando e legittime sul piano normativo e sul piano etico.".

Ho detto di lui che fosse un Ufficiale insignificante. Ed infatti fu incapace della benchè minima azione o reazione. Farfugliò che avrei dovuto tornare a verificarmi con il Col. Cogo, se davvero volevo essere un buon Ufficiale, e mi mandò via senza il minimo provvedimento disciplinare.

Nei giorni successivi, nella ordinaria vita quotidiana di reparto, continuai a parlare con colleghi e sottufficiali di quegli aspetti incredibili di discriminazione che avevo scoperto, ed ai quali nessuno sembrava volersi e potersi opporre. Ordinariamente non riferivo al colloquio-provocazione avuto con il Col. Cogo.

Quando però il servile scusarsi - del "poco coraggio" di fronte al "privilegio ed alla forza del grado" - mi veniva posto come giustificazione da qualche Sottufficiale anziano, la cosa mi mandava letteralmente in bestia. E con qualcuno, irrecuperabile, concludevo che forse, per gente come loro, aveva quasi ragione il Colonnello Cogo che li considerava alla stregua dei Baluba.

Auschwitz ha dimostrato purtroppo che il terrore usato come arma scientificamente applicata può ridurre gli uomini, sull'uno e sull'altro fronte sia di vittime che di aguzzini, a delle insondabili ignobiltà, alla totale perdità di ogni parvenza di identità e dignità che conservi, anche solo minimamente, i tratti della umanità e dell'essere persona. In condizioni meno disumane di quelle di Auschwitz c'è invece un limite di dignità, al di sotto del quale non è possibile scendere. Non eravamo ancora, fortunatamente, alle condizioni di Auschwitz.

E la aggettivazione di "Baluba" era evidentemente troppo anche per quei Sottufficiali non più assuefatti a chiedersi dove fosse finita la propria dignità. Ci fu una specie di sollevazione. Una richiesta forte e decisa, ineludibile, di chiarezza, e di scuse eventualmente. Il Col. Cogo inizialmente cercò di smentire, attribuendo a me l'intenzione diffamatoria di diffondere frasi mai pronunciate e calunniose della sua correttezza. Si finì col convocare un drammatico confronto nella sala "briefing" (l'aula dove si svolgono le riunioni operative) del 50° Gruppo - dove ero inquadrato - alla presenza dei Sottufficiali del Gruppo.

Alla rabbiosa menzogna del Colonnello risposi con la ormai collaudata freddezza, non ritirando una sola parola, anzi arricchendo il ricordo degli altri sconcertanti apprezzamenti su mogli e figlioli dei Sottufficiali. Dei tanti colleghi che erano stati presenti alla discussione al Circolo, solo due, il Cap. Lista ed il Ten. Cavanna, alla fine trovarono l'onestà per confermare, anche se con una certa titubanza e con molta e comprensibile tristezza, che quanto io raccontavo rispondeva in qualche modo alla verità.

A quel punto il Colonnello attribuì alla rabbia nella quale evidentemente lo avevo indotto l'aver pronunciato frasi che "non pensava" in realtà. Ma la parte finale, delle aperte quanto doverose scuse ai Sottufficiali, mi fu negata, con un imperioso congedo dalla sala.

I Sottufficiali ne uscirono, mi parve, con una rinnovata sensazione di dignità che comunque non diventava disprezzo per i superiori gerarchici, cosa della quale sarei stato costantemente accusato da quel momento in poi. Ma questa può anche essere stata solo una mia impressione e non posso escludere che la "casta" degli Ufficiali potesse sentirsi realmente offesa ed umiliata da quegli atteggiamenti "liberati" che si erano determinati a causa della mia "azione". Di certo la mia dignità personale ed il prestigio del grado che, in qualche misura anch'io rappresentavo ai loro occhi, ne erano uscite accresciute. Dunque il conflitto si estendeva al modo ed al criterio con cui si rivestiva il grado e si interpretava la funzione.

Dunque non finiva lì. Non poteva finire lì. Dopo pochi giorni il Col. Cogo organizzò una specie di Tribunale Marziale, del tutto illegittimo ed irrituale. Il "confronto" si trascinò per quattro giorni alla presenza di ben cinque, silenziosissimi Ufficiali: Il Ten. Col. Fronzoni (che avrei ritrovato nella vicenda Monte Serra, già raccontata) ed il T.Col. Pagano (che si avvicendava in quei giorni, con lo stesso Fronzoni, al Comando del 50° Gruppo cui ero assegnato operativamente), il Magg. Greco (ebbene sì, proprio lui che era stato capo missione nel tour americano nel Luglio precedente), il Cap. Lista ed il Ten. Cavanna (i due coraggiosi, evidentemente bisognosi di una "cura" di rinsavimento da possibili tentazioni democratiche).

Sarebbe stato un terribile incubo se non avessi avuto la esperienza americana. Ero invece lucido in maniera sorprendente, e deciso a sfruttare fino in fondo quell'unica opportunità che mi si offriva per le verifiche di cui avevo un vitale bisogno. Le imputazioni: strumentale volontà di diffondere nel personale un discredito sistematico dei superiori, approfittando di colloqui informali e stravolgendo i contenuti di quei colloqui, e rendendoli strumentalmente di pubblico dominio.

Fu un'epica battaglia. Ne sentii di tutti i colori. La familiarità degli Ufficiali con i Sottufficiali, sosteneva il mio superiore, "doveva limitarsi alla condivisione di avventure nelle missioni all'estero". In pratica consentiva, il nostro, al solo "andare a puttane" insieme ai Sottufficiali. E non nascose che la cosa era anche funzionale per la maggiore esperienza che essi avevano fuori dal territorio nazionale, a causa della maggior permenenza presso i reparti di volo.

Esperienze vissute, che il Colonnello citava a suo vanto e a dimostrazione di una sua fondamentale "democraticità umana" che non poteva nè doveva essere assolutamente trasportata tuttavia - nella sua logica aberrante - nella ordinarietà e nella operatività dei rapporti.

Convincimento e "cultura pseudo-militare" che avrei dovuto constatare essere fin troppo diffuse tra gli Ufficiali. A Lisbona, qualche anno dopo, il Maggiore Ambrosi della Sezione Addestramento, che avrebbe dovuto dare l'approvazione per un profilo di addestramento finalizzato alla mia qualifica di Capo Equipaggio, mi avrebbe ribadito che non riteneva di poter consentire con la mia nomina poichè in volo continuavo a darmi del tu con Sottufficiali con i quali avevo delle frequentazioni nella vita civile!

Ma su questi argomenti il Colonnello esaurì in fretta il suo interrogatorio, per spostarsi via via sugli aspetti di "principio", in una contrapposizione continua tra "politico e militare" e tra "società civile e società militare", tra l'essere cittadino e l'essere militare.Posizioni sulle quali esprimevo platealmente il mio dissenso rivendicando di sentirmi anzitutto cittadino, e di aver scelto, solo in quanto cittadino, la professione militare.

In un crescendo wagneriano, al quarto giorno, mi pose finalmente un primo interrogativo al quale pretendeva che io dessi una risposta secca. Sì o no, senza alcun "ma" o distinguo: "Lei è seduto su un aeroplano armato con la bomba (atomica NdR). Ha davanti il semaforo rosso. Lei sa che se quel semaforo diverrà verde lei dovrà decollare ed andare a sganciare la bomba dove le sarà detto. Su un Paese dell'Est naturalmente. Mi dica, se il semaforo diventa verde, lei va o no?"

Dovetti davvero sconcertarlo: "Certo che vado, sono qui apposta.". Ma prima che si riprendesse e senza che potesse dunque interrompermi continuai: "Proprio perchè sono profondamente convinto di dover eseguire quella missione, ho bisogno di sapere che, a dare quel verde, non ci sia una persona come Lei, e devo impegnarmi perchè non ci sia."

Se avessi avuto allora la esperienza di oggi avrei aggiunto che quell'ordine operativo doveva essere comunque successivo ad una condizione politica già decisa e deliberata dal Parlamento, e che mai avrei accettato la libera estensione di quel concetto, legato ad una condizione di belligeranza conclamata, verso azioni di "prevenzione ed educazione per il pericolo comunista" e mirate contro inermi cittadini, intesi come complici di quel regime dell'Est e dunque passibili delle medesime "punizioni" che in guerra fossero previste per le popolazioni civili nelle retrovie del nemico. Ma l'effetto di quelle poche parole fu comunque devastante per la "sicurezza" di quella parvenza di Ufficiale.

Il personaggio era già tale da non potersi aspettare che avesse intuizioni culturali troppo raffinate. Girava sempre con una agenda ove registrava tutte le "frasi celebri" che gli accadeva di incontrare. Ma il dramma era che, non riuscendo a farle proprie, nel bel mezzo di una discussione potesse interrompersi, tirare fuori la agenda e cercare disperatamente la "frase" che gli sembrasse più idonea al momento. La furia, così nella registrazione come nella consultazione, con cui utilizzava il suo "strumento" lo induceva a tragici errori di citazione e ad una totale incoscienza del contesto in cui la frase celebre poteva essere stata pronunciata.

Alla mia spudorata risposta tirò dunque fuori la sua rubrica a caccia di una frase che doveva aver già studiato per la apoteosi finale e lesse, confusamente inconsapevolmente ed erroneamente come sempre, la teoria dell'araba fenice che rinasce dalle sue ceneri. E, partendo da quella frase, tentò la illustrazione di una sua spericolata teoria della volontà "comunista" di distruggere tutto, in particolare la istituzione militare, per rifondare poi dalle ceneri un nuovo ordine sovietico!!

Ma doveva aver anticipato i tempi, dimenticando un'ultima domanda. Con un certo dispetto per essersi accorto di aver sbagliato il canovaccio che egli stesso aveva fissato - anticipando quella scena un po' teatrale e penosa nella sua esposizione politica - volle comunque ritornare al copione già preparato, aggiungendo penosità alla sua esibizione già così poco decorosa. Ripose così la rubrica, assunse un aspetto più "compreso" per sussurrare quasi: "E mi dica infine: lei ha in maggior onore i regolamenti propri della vita militare o questa sua Costituzione che ha sulle labbra continuamente, e la cui lettura diffonde tra il personale con il fervore dei Testimoni di Geova?". "Anche qui non ho il benchè minimo dubbio, Comandante. - risposi - Assolutamente la Costituzione, che le ricordo non è solo mia, ma dovrebbe essere assolutamente anche la sua Costituzione", conclusi sottolineando con forza quel "sua".

Se mi si perdona l'accostamento, che potrebbe apparire blasfemo (ma è rivolto solo al sacerdote del potere e non certo alla natura dell'imputato), l'urlo di Caifa dovette essere identico per ferocia e soddisfazione a quello del Colonnello. Ha bestemmiato, aveva urlato Caifa, che bisogno abbiamo ancora di altre testimonianze? "Ah, finalmente ora è tutto chiaro" - urlò il Colonnello - "Avevo dunque ragione! Non ho bisogno di altro per sostenere la sua pericolosità presso i superiori comandi e la necessità che l'Aeronautica si liberi al più presto di una persona come lei. Una cellula comunista infiltratasi tra di noi!". L'unica differenza con Caifa è che il Colonnello non ritenne di stracciarsi le vesti! Il processo comunque, con una piccola ulteriore appendice politica del Colonnello, si concludeva lì. Una sola precisazione è ancora necessario fare, per la libera valutazione del lettore: non fu mai disposto alcun provvedimento disciplinare, per quei fatti e per gli esiti di quel processo farsa.

Questa vicenda è rimasta tuttavia in uno dei miei tanti rapporti ai Comandi Superiori. E' datato 26.8.76, cioè quasi un anno dopo, quando il Colonnello Cogo era ormai trasferito. Ma mi erano state mostrate solo allora, perchè le firmassi, le valutazioni caratteristiche che lui aveva compilato: "Inferiore alla Media, inidoneo a progredire nella carriera". Nel rapporto, dopo aver riassunto le fasi del "processo subito", scrivevo:

"1. Avendo il sottoscritto affermato di aver in maggior onore la Costituzione che non i regolamenti e di sentirsi anzitutto cittadino e successivamente militare, il Col. Cogo del tutto gratuitamente espose una particolareggiata teoria sulla strategia del PCI per il sovvertimento della istituzione militare, cui sarebbero legati e certi movimenti di Sottufficiali e gli atteggiamenti di giovani Ufficiali che servirebbero la causa di tal partito.
2. Affermò infine che avrebbe usato ogni mezzo in suo possesso per dimostrare all'Organizzazione la mia "pericolosità" e la necessità che ci si liberasse al più presto di tale elemento pericoloso.
(...) Richiesi - continuava il mio scritto ai superiori - di essere messo a rapporto dal Gen. Cartocci ed a questi, in presenza del Col. Cogo e del T. Col. Pagano, chiesi di poter ampiamente esporre le mie linee di principio e le mie idee, anche in sedi superiori, certo di agire con valori forse opinabili ma certo estranei ad ogni finalità politica. Mi vennero assicurati ulteriori colloqui, in A/B e in sedi superiori; ma ad essi non fu dato alcun seguito."

Il rapporto rimarrà senza esito formale alcuno, allora come successivamente e fino ad oggi. Nessun vertice militare, nessun rappresentante istituzionale ha accettato di affrontare limpidamente la situazione che emergeva non più e non solo dalle mie "irriferibili e non credibili" esperienze personali negli Stati Uniti; ma da un "fatto" preciso e circostanziato come quel "processo farsa".

Tuttavia poichè il Col. Cogo ha potuto portare a termine onorevolmente la propria carriera ed io invece sono stato radiato, credo che la valutazione finale su quanto il sistema Politico-militare fosse saldato nella reciproca solidarietà sia di facile soluzione, per qualsiasi lettore. E credo che la data così lontana di quel rapporto possa almeno certificare agli scettici che non ho certamente costruito, solo dopo la mia radiazione, i particolari di una storia scellerata.

Due conclusioni avevo tratto da quella esperienza. La prima: gli americani potevano avermi forse anche mentito sulla reale ed accettata "operatività" di quei "protocolli" di sudditanza (io sono sempre più convinto comunque che essi rappresentassero una qualche forma di verità sostanziale); ma la cultura che mi avevano illustrato trovava una tragica verifica. La seconda, ancora carica di ingenuità: il Paese e la Forza Armata non erano totalmente in mano ai traditori della nostra sovranità. Lo dimostrava, secondo me, quel mancato seguito ai colloqui richiesti, i timori ed i tentennamenti dei superiori a dare seguito concreto alle loro minacce, il trasferimento anticipato che aveva subito il Col. Cogo. Segnali che interpretavo come positivi in quanto li leggevo come tentativo di impedirmi di riferire a superiori livelli gerarchici ed istituzionali la ignobiltà delle tesi che erano state sostenute.

Gli anni mi avrebbero dimostrato che questo secondo convincimento andava corretto. I luoghi del potere occulto e deviato erano tutti consolidati al controllo del Paese, fossero essi militari o politici. Solo c'era nel Paese - e c'è ancora, grazie a Dio - una cultura di Democrazia, diffusa tra la gente (la stessa "anima" che aveva potuto innescare la Resistenza nonostante gli anni bui del fascismo), che non consentiva loro di buttare giù la maschera e mostrarsi con troppa spudorata evidenza, portando alle estreme conseguenze lo scontro che si era instaurato con me. Troppo evidente il livello ed il campo squisitamente politico sul quale quello scontro si era consolidato fin da subito. Bisognava saper aspettare altri momenti, per attribuire a me altre e diverse imputazioni, ed allontanare da loro il sospetto che fossero mossi solo da una motivazione "politica-militare" assolutamente deviante.

Purtroppo per me la "provocazione" a quel punto aveva toccato il suo livello più delicato ed è per questo motivo che, non raccogliendola oltre, non si diede corso a nessun "superiore incontro", nel timore evidente che potessi individuare altre maglie ed altri livelli della rete di collusioni e connivenze. Ma la loro necessità di attendere altri momenti per reagire mi avrebbe in realtà consentito di migliorare anche la mia conoscenza e capacità di reazione o di assorbimento dei colpi che inevitabilmente sarebbero arrivati man mano che si elevava il livello dello scontro.

Questa necessità di "attesa" dei vertici deviati avrebbe forse potuto venire meno solo se si fossero verificate condizioni di presa del potere politico da parte dei militari, come sarebbe poi avvenuto in Grecia. E come alcuni speravano potesse accadere anche in Italia.

Non ci credete? Era sempre il 1975. Il tentativo Borghese si era appena esaurito nella totale incosapevolezza del Paese. Nè i successivi accertamenti avrebbero determinato una maggiore coscienza pubblica sui rischi della Democrazia esposta ai "furori" ed ai deliri di una destra nostalgica e violenta. Non si placava in ogni modo il desiderio di certi ambienti militari ad invocare un "intervento" nella politica italiana. Sfacciatamente, senza alcun pudore.

Ed ecco uno stralcio dell'intervento del Movimento Democratico Nazionale dei Sottufficiali della Aeronautica Militare, che denunciava alla Magistratura di Roma, tramite i legali Canestrelli e Rienzi, un preoccupante intervento de "Il Corriere dell'Aviatore". Una denuncia seria e responsabilmente sottoscritta da tantissimi militari. Ricordo che si discusse sulla possibilità che anch'io, Ufficiale, la firmassi, in quanto non ero stato ancora pienamente accettato da quei colleghi che temevano di essere giocati da un "infiltrato". Ritengo di aver infine firmato anch'io; ma anche alla Commissione Stragi, dove ho depositato copia di quell'atto di denuncia, non ho potuto  confermare con certezza di averla firmata materialmente.Si scriveva:

"Negli ambienti militari dell'Aeronautica e nelle caserme è ampiamente diffudo un periodico che, in quanto organo di stampa della Associazione Nazionale Ufficiali dell'Aeronautica (ANUA), gode di attendibilità e prestigio. Si tratta del mensile "Il Corriere dell'Aviatore", il cui direttore responsabile è il Ten. Gen. Luigi TOZZI e il cui Comitato di Redazione è composto dal Gen. S.A. Ercole SAVI, dal Gen. S.A. Ugo Rampanelli, dal Gen. D.A. Antonio ERRICO e dal Col. Pil. Giulio SISTI.

Nel numero 10 "anno XXIII" del 31.10.1975 il suddetto giornale pubblica in prima pagina un articolo di fondo su due intere colonne a firma di tale Clemente TIMBRETTI con il titolo. "Osservatorio Politico-Sociale", nell'articolo l'estensore compie una disamina della situazione politica del nostro Paese e, con riferimento alla funzione e ai compiti che sarebbero demandati alle F.A., afferma testualmente: <<Che militari, progressisti o meno, si siano impadroniti del potere (o lo abbiano recepito), in tutto o in parte, in taluni contesti nazionali, in passato, ed ancora più in tempi come questi, non è cosa nuova. Tuttalpiù ci si può chiedere come lo abbiano gestito, o lo gestiscano o cogestiscano, e sotto tale profilo l'etichetta di progressista può avere qualche significato o non averne affatto, se governare conserva la sua essenza semantica.

Esclusa poi l'ipotesi della utilità di una dittatura militare (ma qualunque dittatura a lungo termine dovrebbe essere esclusa per principio), benchè altre dittature che tali, almeno in apparenza, non sono, si siano dimostrate, e si dimostrino assai più retrograde, più spietate ed inamovibili che altre militari, potremmo tuttavia essere d'avviso che in talune situazioni potrebbe essere concesso a militari di "recepire" il potere, in funzione "terapeutica" in presenza di una condizione metastasica, tumorale o cancrenosa politica, sociale ed economica ecc., qual'è ad esempio, se abbiamo il coraggio di ammetterlo apertamente, quella in cui si trova attualmente il nostro Paese. Funzione terapeutica, dicevo, paragonabile a quella assolta dal Primo Console, durante gli anni, appunto, del Consolato; o da Ataturk in Turchia, nel primo dopoguerra mondiale.>>

A parere dei sottoscritti tali affermazioni, oltre a rivestire una estrema gravità dal punto di vista politico, in quanto rivelatrici di una mentalità e di un programma antidemocratici ed eversivi, hanno un contenuto che contrasta con precise norme del Codice Penale.

Valuti il magistrato (...)"

concludevamo, prefigurando responsabilità penali per la istigazione dei militari alla violazione di doveri propri del loro status e del dovere di servire lealmente le istituzioni democratiche.

Siamo in pieno periodo di Pinochet, dei Generali Argentini e dei Colonnelli Greci, dell'esplosione del terrorismo nostrano di più smaccata matrice fascista. Quei ragionamenti allucinanti eppure lucidi avrebbero dovuto indurre le istituzioni politiche e giudiziarie ad aprire un grande fronte di analisi e di indagine sulle F.A., ma l'unico effetto della denuncia dei Militari Democratici fu la consegna del silenzio e la irreversibile condanna, anche se rimandata di qualche anno, di ciascuno di quei firmatari. Non solo le condanne islamiche dunque inseguono, senza limiti di tempo, i colpevoli di "bestemmia".

Gli estensori di quelle condanne, come quelli dei proclami giornalistici analizzati, hanno invece potuto godere di totale immunità e rispetto e forse asncora oggi continuano a tessere le loro trame golpiste in salotti e circoli esclusivi. Nè la stampa, cosiddetta democratica, ha mai acceso le sue luci su questi scenari sconosciuti e scabrosi, consentendo che nell'oscurità nessuno di noi militari "condannati" sfuggisse al suo destino più o meno drammatico.

La cultura di devianza a "fini terapeutici" si è comunque conservata e tramandata "di generazione in generazione" tra i quadri dirigenti delle Forze Armate. Nella mia deposizione al giudice Rosin di Padova - citata nel capitolo su Pertini - avevo denunciato la rinnovazione di una pericolosa cultura eversiva. Ciò emergeva con evidenza da studi didattici proposti nel corso di specializzazione per Ufficiali Superiori della Scuola di Guerra Interforze di Civitavecchia, e sviluppati da gruppi diversificati di circa venti Tenenti Colonnelli per gruppo. Essi tutti avevano sviluppato tesi di parossistica alterità del mondo militare da quello civile e la prospettiva di "una giustificata" invasione militare delle funzioni istituzionali.

Si legge in una di quelle relazioni, gruppo "A", guidata dal Maggiore Nicola GALLIPPI, una allucinante interpretazione, successivamente motivata, dello stesso disposto legislativo.

"2.  LA CONDIZIONE MILITARE.
a. Ruolo assegnato dalle Leggi in vigore
Secondo l'art. 1 della L. 11 Luglio 1978 n. 382 le Forze Armate sono al servizio della Repubblica il loro ordinamento e la loro attvità si informano ai principi costituzionali. Compito dell'Esercito, della Marina e dell'Aeronautica è assicurare, in conformità al giuramento prestato ed in obbedienza agli ordini ricevuti, la difesa della Patria, concorrere alla salvaguardia delle libere istituzioni ed al bene della collettività nazionale nei casi di pubbliche calamità.

Assumendo tale articolo come sintesi essenziale delle funzioni delle Forze Armate, si ritiene possibile, attraverso la sua analisi, dedurre quegli elementi significativi per definire la condizione militare, come è intesa dal legislatore.

Per assolvere ai compiti previsti dal sudetto articolo questi conferisce alle Forze Armate particolari poteri che si traducono in una serie di doveri per quanti ad esse appartengono.

Tali poteri riguardano la legittimazione della violenza come mezzo di difesa, e quindi l'impiego legale delle armi, e - in particolari circostanze - la possibilità di sostituirsi agli organi di governo locale.

Tutto ciò visto nella eventualità di situazioni di emergenza (...)

b. La condizione militare vista dalla società.

(...)Sembra realistico distinguere due modi di sentire da parte della società:
- in momenti di pericolo o comunque di emergenza, essa richiede che il militare svolga fino in fondo il suo ruolo, in aderenza alle leggi ed a tutte quelle norme non scritte, legate alla figura tradizionale del soldato;
- in momenti di normalità, come le esperienze quotidiane mostrano, la società ignora il militare o assume atteggiamenti talvolta ostili.
Le critiche che più frequentemente vengono rivolte alle Forze Armate (...) pongono in rilievo che nella attuale situazione internazionale le organizzazioni politiche e diplomatiche sono in grado di assicurare una composizione pacifica dei conflitti (...).
In generale sembra che si possa affermare che i valori, di cui le Forze Armate sono portatrici, non trovano riscontro in Paesi industrializzati, dove tutto è ridotto alle categorie economiche e dove il valore d'uso, cioè intrinseco di ogni prestazione, è valutato meno di quello di scambio, del valore cioè che consente di fruire prestazioni fornite da altri."

Credo che a tutti appaia evidente il livello infimo ed avvilente, anche a livello espositivo e di capacità di argomentare, di costoro mentre rivendicano, in una insopportabile serie di contraddizioni, la alterità del sistema militare. Ma ciò che appariva più preocupante era l'arrogante distorsione della stessa norma di legge. Nessuna legge, infatti, ha mai previsto nè sottinteso che le F.A. possano sostituirsi agli organi di livello locale.

Bisogna dire che i signori forse erano stati indotti e si erano certo convinti che il "Piano Cervino", così mi sembra di ricordare si chiamasse - piano elaborato ai tempi di Scelba e che veniva regolarmente ripresentato ad ogni nuovo corso per Ufficiali Superiori - contenesse in sè una specie di "dignità normativa".

Tale piano in sostanza prevedeva (e sarebbe da sperare che esso "non preveda più" e cioè che sia stato cancellato negli anni successivi alla mia espulsione) che, in condizioni esasperate di conflittualità e disordini sociali, i vertici militari, già precedentemente allertati secondo le previsioni Cervino dal Ministero degli Interni,  potessero disporre la occupazione "delle piazze" senza specifica e motivata richiesta dei singoli Prefetti. Ma ho purtroppo fondati timori per ritenere che tale piano fosse stato attivato anche in occasione delle elezioni politiche del 1992.

Così quegli Ufficiali potevano scrivere che l'assolvimento del proprio ruolo si legasse sì ai disposti di Legge, ma anche a tutte "le norme non scritte, legate alla figura tradizionale del militare".

E quelle ipotesi ed espressioni, apparentemente plausibili, appaiono tuttavia estremamente preoccupanti se analizzate nella insofferenza, evidente nello stralcio del documento sopra riportato, a qualsiasi azione politica che cercasse di realizzare il disposto dell'art. 11 della Costituzione (l'Italia ripudia la guerra come strumento di soluzione ...), quasi che essa si risolvesse in una offesa alle F.A..

Basterà leggere ancora qualche rigo di questa "esercitazione" molto esplicativa per il nostro ragionamento. Scrivono ancora gli Ufficiali del Gruppo A:

"A tutto ciò deve aggiungersi il diffondersi di teorie pacifiste, o presunte tali, che sviliscono i valori relativi ad una concezione virile della vita, che - con gli altri prima ricordati - sono a base della ideologia militare."

Era davvero avvilente confrontarsi con un sistema che rivendicava la dignità della sua funzione volendosi imporre con questa cultura di contrapposizione profonda ad ogni valore costituzionale, sentito come colpevolmente offensivo di una concezione "virile della vita"!

In sostanza era come se il corpo dei Vigili del Fuoco sostenesse che ogni impegno politico, volto a realizzare una cultura di prevenzione antincendi ed a ridurre concretamente e conseguentemente le condizioni di necessità di impiego degli stessi Vigili, fosse una offesa alla dignità del Corpo e ne sminuisse le capacità di intervento e di contrasto sugli eventuali focolai che dovessero comunque verificarsi.

E' proprio la realtà dei Vigili ad insegnare invece come solo una Istituzione profondamente imbevuta delle stesse attese della Società civile diviene una insostibuile collaboratrice della attività politica nel raggiungimento dei fini propri della politica, per una crescita di civiltà ed uno sviluppo della qualità della convivenza civile.

Ciò però chiede e rende necessario che la cultura di quella Istituzione sia flessibile ai nuovi e diversi compiti che la evoluzione delle condizioni politiche culturali e tecnologiche imporranno. E' così che oggi, nel pianificare una qualsiasi costruzione, i migliori consulenti, per valutare le misure di prevenzione, saranno proprio i Vigili del Fuoco.

Mentre ogni consulenza militare a progetti di Cooperazione tra Governi, ovvero ogni impiego di Forze in zone di tensione e di crisi con compiti di "Peace Keeping" e "Peace Manteining" - cioè con compiti di Polizia Internazionale -si risolvono piuttosto in una "esasperazione virile" delle condizioni esistenti, alimentando quei focolai piuttosto che riuscire a soffocarli. L'esperienza della Somalia, del Rwanda, della Jugoslavia, che hanno avvilito, piuttosto che esaltare come avrebbero dovuto, le capacità e le funzioni dell' ONU, ci confermano che i pompieri della guerra non hanno ancora imparato a riconoscersi e ad esercitare alcuna reale capacità operativa se manca "il fuoco".

E' pur vero che è sempre possibile, per la stessa natura umana corruttibile ed alterabile, che accada che qualche Vigile del Fuoco possa appiccare incendi, con le più varie quanto assurde ed insostenibili giustificazioni. E' accaduto, anche recentemente e tristemente, di individuare queste devianze in indagini su incendi estivi nei luoghi più suggestivi del Paese.

Mai però i vertici del Corpo dei Vigili del Fuoco hanno pensato, neppure per un momento, di tutelare i propri uomini deviati. Essi tradivano anzitutto lo stesso Corpo con la loro azione deviante e deviata, risolvendosi in una aggressione a quella società civile alla cui sicurezza i Vigili sanno di essere impegnati, e non certo in un contributo al prestigio del Corpo creando artificiosamente le condizioni "operative" del suo impiego.

Quando è invece tutta una cultura istituzionale che diviene deviante, come quella militare che stiamo analizzando, non è invece più possibile pensare a situazioni isolate quando scoppia qualche "incendio". E diventa estremamente comprensibile allora perchè i vertici del corpo, in questi casi, facciano quadrato attorno al loro uomo, alla loro "scheggia impazzita", al loro settore deviato. Perchè essi sono avvertiti come guidati da quella "ideologia" militare  che in qualche misura sarebbe stata offesa e sminuita dalle situazioni politiche e dalla non-considerazione della Società Civile.

Certo essi sanno che si tratta di "camerati che hanno sbagliato" (diremo, prendendo in prestito la più ottusa delle interpretazioni che di certo terrorismo diede la sinistra politica ufficiale); ma torneranno a dirsi e ad imporre che si pensi e che si agisca in modo che "i panni sporchi si lavino in casa".

Quante volte ho sentito dire questa frase e quante volte ho sperato che almeno fosse vero che si volessero lavare in casa quei panni! Dietro quella invocazione di riservatezza, per "il bene delle F.A.", si è invece sempre nascosta una ferrea volontà di non interferire in quelle deviazioni, di non rivelarle in trasparenza neppure all'inetrno e di non sanzionarle minimamente. In una parola di non fare alcun bucato! Per rigettare piuttosto verso la Società e la sua deviazione dalla "concezione virile che sta alla base della ideologia militare" la causa delle "ingenerose accuse" ai militari, che ingenerano "i montanti furori".

E' così che, in un mixing terribile di vincoli gerarchici e disciplinari e di "valori propri" del mondo militare, si costruisce man mano una cultura di impunità ed irresponsabilità. Una sovrana insindacabilità. Ma tutto questo non è "normale".

E' il risultato di un progetto di destabilizzazione di uno Stato, attraverso la alterazione dei rapporti di solidarietà delle Istituzioni tra se stesse e tra loro ed il Popolo. Ciò può passare solo attraverso la perdita progressiva di un senso profondo di dignità nazionale - tuttaffatto diverso dalla esibizione di "virili ideologie" - e pittosto riassumibile in quella consapevole determinazione a vincere ogni tentazione di corruzione dei "valori veri", a qualsiasi costo, per mantenersi fedeli al proprio giuramento ed al proprio popolo.

Il progetto destabilizzante, infatti, non può che passare attraverso la corruzione e la dipendenza che essa determina con il ricatto e la stabilizzazione di una rete di controllo "mafioso" su ogni possibilità di indocilità e di resistenza. Se questa consapevolezza e rivendicazione di dignità rischiassero di estendersi nella cultura sociale del Paese diviene automatico, per un sistema deviato e corrotto, ritenere utile la progettazione di interventi politici a scopo "terapeutico". E sempre ciò si farà in nome dei "valori propri della vita militare" rivendicati come salvifici di una società deviata e corrotta.

Non lo diceva solo Pinochet, non lo dicevano solo i Generali argentini o i Colonnelli greci, nè lo scrivevano solo, come abbiamo visto, i militari italiani, in giornali o in esercitazioni didattiche. Questi concetti - a ben più alti e sofisticati livelli - costituivano l'essenza degli insegnamenti di quella "Scuola per Dittatori", gestita direttamente dai Servizi Americani con sede nella Panama di Noriega, che ha agito fino alla fine degli anni '80 per la formazione dei militari di qualsiasi nazione - latino americani come medio-orientali - in funzione esclusivamente anti-comunista. Uomini che hanno insanguinato con ferocia disumana gli scenari internazionali dagli anni '60 fino ad oggi.

I testi di studio di questa Università del disonore sono stati resi pubblici, negli Stati Uniti, solo di recente, suscitando lo sconcerto più profondo in tutto il Congresso e nella Informazione Internazionale. Ma dopo aver consentito che si desse "correttamente" la notizia, ancora una volta è stato imposto un velo di torbido silenzio, per impedire la apertura di una riflessione e di un dibattito vero sulla possibilità di autodeterminazione dei popoli.

Fortunatamente, per il nostro Paese, in quegli anni cruciali era già vivo e vigile quel Movimento Democratico che fu dapprima dei soli Sottufficiali, e successivamente per la presenza di alcuni di noi Ufficiali (in verità una presenza vergognosamente esigua ma che imponeva la generalizzazione del nome) divenne Movimento dei Militari.

Io credo infatti che il Movimento Democratico dei Militari abbia contribuito a sventare, con maggiore o minore consapevolezza, almeno tre o quattro condizioni di preparazione di pronunciamenti militari antidemocratici ed autoritari. Reali, per quanto non conosciuti dalla pubblica opinione. Ciò ha determito contro tutti noi "odi viscerali" benchè costretti a non poter essere immediatamente esibiti.

Tuttavia alla prima occasione che ciascuno di noi abbia involontariamente offerto - ovvero che fosse possibile creare artificiosamente o che si determinasse politicamente come ad esempio ogni periodo di "vuoto di potere politico" e cioè ogni volta che ci sia stata una crisi di Governo o la fine di una legislatura - perchè fosse possibile "separare", anche agli occhi politici e della pubblica opinione, le vicende "personali e militari" dalla loro valenza di conflitto dei militari democratici con le forze più reazionarie ed autoritarie del Paese, essi ci hanno colpito con ferocia totale, che ben poco ha da invidiare alla pubblicistica delle dittature sudamericane. Esse, come unica differenza, hanno solo avuto le mani più libere e progetti sanguinari più generalizzati.

L'omicidio di Sandro Marcucci è l'ultima tragica e orribile esibizione di quell'odio che era stato covato troppo a lungo. Egli è bruciato vivo per un attentato attraverso una bomba al fosforo piazzata sull' aeroplano civile sul quale era in servizio di avvistamento anti-incendi boschivi per la Regione Toscana (ancora al servizio del Paese dunque, dopo la fine "forzosa e forzata" della sua carriera militare), e sul quale volava con il passeggero-avvistatore Lorenzini morto anche lui, forse con un destino peggiore e più infame, dopo giorni di terribile strazio.

Ma la loro ferocia non ha avuto bisogno neppure di "responsabilità dirette", come certamente lo erano le nostre, per mostrarsi in tutta la sua efferatezza. Essa è stata riversata, con la medesima carica sanguinaria, verso inermi, inconsapevoli e innocenti cittadini. Di ogni età e di ogni ceto sociale. Colpevoli solo di appartenere ad un popolo che rischiava di "consegnarsi" all'odiato "comunismo" con la incoercibile ed "ineducabile" volontà di una libera e democratica espressione di voto. Ineducabile se non attraverso l'uso del terrore seminato nel sangue per stabilizzare la situazione politica.

I livelli consapevoli ed ordinatrici di questi progetti non avrebbero tuttavia mai rischiato di scadere e rivelarsi nei modi infimi e "scoperti" dei Colonnelli Cogo. Ed infatti nessuno volle convocarmi per non correre il minimo rischio di un coinvolgimento nella mia ormai evidente provocazione. Anche loro però mi avevano  ormai identificato e classificato come "l'avversario".

Fortunatamente per tutti noi essi, le menti, devono poi servirsi anche dei "servi sciocchi e squallidi", sicchè non possono essere mai certi di poter condurre il gioco in perfetta tranquillità, avendo sempre necessità - il servo - di esibire, per farla conoscere il qualche misura, la sua "familiarità" con il potere. E questo fa sperare, e spesso rende possibile, di poter conoscere in anticipo e poter contrastare con successo questi progetti di stravolgimento istituzionale.

In quel momento tuttavia, al termine di quel processo cioè e senza che ciò mi restituisse affatto la tranquillità perduta, mi bastava aver conosciuto e riconosciuto, a mia volta, la reale esistenza degli avversari, ed aver capito che essi non avevano la piena disponibilità di gestione del potere. Comunque ero sempre più consapevole che, se mai avessi potuto essere stato educato o manipolato per essere plasmato come "uno di loro", il processo di mutazione, o meglio di salvezza dalla "mutazione deviante" che essi potevano avere avuto in progetto,  era ormai avviato in modo irreversibile.

I principali responsabili di questa "mutazione" non erano stati gli americani. Essi semmai mi avevano radicato nelle convinzioni di fedeltà democratica alla Costituzione. Gli americani non mi avevano sconvolto, perchè essi facevano "solo" il loro mestiere. Avevano certamente contribuito ad innescare e rafforzare quel processo di "resistenza" in una persona che grazie alla sua formazione umana e politica, precedente alla esperienza militare, aveva i sè i meccanismi e gli anticorpi per reagire. E dunque essi avevano solo determinato una vigilanza maggiore ed una più profonda presa di coscienza che mi avrebbe portato a giocare e perdere tutto in nome della fedeltà ai valori giurati.

Quanto è avvenuto nel nostro Paese, per le deviazioni militari a fine di strage, appare in perfetta continuità e sintonia con la promozione ed il favoreggiamento della "dignità politica" del fenomeno mafioso che era stata avviata dagli americani con lo sbarco in Sicilia.

Una dignità che era stata poi ulteriormente protetta e sponsorizzata fino a radicare il seme dello stravolgimento istituzionale che oggi, dopo tanto sangue, comincia appena ad essere delineato e decifrato. Non certo debellato, però, come ci ammoniscono coloro che vivono vite blindate da anni e che sono consapevoli delle mutazioni possibili e già in atto nella terribile piovra. Mutazioni che essi temono possano rivelarsi solo funzionali all'obiettivo di rinnovare, con altre mimetizzazioni e nuove insospettabili reti di collusioni, le medesime azioni di scempio della civile convivenza e delle risorse umane, sociali ed economiche di intere regioni e del Paese nel suo complesso.

Il pericolo più grande, per ogni speranza di liberazione da qualsiasi fenomeno di devianza ed aggressione sociale, e la colpa più grande di ogni e qualsiasi rappresentante istituzionale che la assecondi con maggiore o minore consapevolezza, è questa strana "ansia", che si evidenzia nei più di loro, di voler riuscire a mettere la parola "fine" alle vicende più fosche della nostra storia recente.

Questa aspirazione tuttavia appare sempre più indipendente da una reale vittoria (che è sempre e solo frutto di una battaglia aperta che si accetti di affrontare) sui sistemi devianti e sull'accertamento dei loro meccanismi e delle concrete responsabilità che li resero possibili. Un'ansia guidata quindi solo dal desiderio di tornare a vivere una "politica normale".

E ciò nasconde forse, in costoro, il desiderio di tornare a riaffermare il diritto di poter godere i privilegi del potere, senza essere costantemente osservati da una pubblica opinione realmente informata e consapevole, disincantata ed esigente. Non essere quindi costretti ad impegnarsi ancora per esprimere e dimostrare una vera capacità di contrasto politico alla devianza istituzionale e sociale, e per crescere di conseguenza nella necessaria competenza e nella consapevole responsabilità politica.

Non essere costretti a spendersi cioè in una politica di "prima linea", giocata in piena trasparenza, in nome di quello che dovrebbe essere l'interesse esclusivo concreto e "vero" della Popolazione. Dico "vero" e parlo di trasparenza, poichè il "bene del Paese" e le sue esigenze di "sicurezza", garantite dalla sola "riservatezza" e dal "segreto", abbiamo ben visto a cosa si resero in realtà funzionali quando rimasero mere ed astratte affermazioni di principio.

Minoranze di uomini della politica onesti, seri ed impegnati, che pure esistono come sempre e dovunque,  non riescono tuttavia ad innestare quella "marcia in più" che appare necessaria. Essa certamente darebbe un diverso spessore alla loro attività ed una "riconoscibilità" da parte della gente; ma li esporrebbe inevitabilmente al rischio di "separarsi" dalla massa informe ed anonima dei colleghi - "curatori" dei soli interessi di collegio a fini di rielezione -. E dunque potrebbe costituire per loro un pericolo concreto di pagare il costo della epurazione politica, ed anche fisica in alcuni casi.

Distinguersi dalle masse, quando esse rimangano nella loro ignobiltà interessata e corporativa, è sempre un terribile rischio. Ma è il rischio che ciascuno di noi, militari democratici, ha scelto di correre con estrema consapevolezza. Fiduciosi, allora, di trovare "conforto" nelle istituzioni, ed affidandoci a quei rappresentanti istituzionali che si facevano via via più "prossimo" alle nostre vicende.

Senza escludere nessuno, se non una destra fascista che cinguettava e flirtava in maniera sfacciata con i poteri più occulti e destabilizzanti delle Istituzioni Democratiche e della Costituzione, poteri che pullulavano nel nostro "mondo con le stellette". Una destra che non si aprì mai ad un confronto democratico, spudoratamente certa di non averne bisogno perchè sfacciatamente rassicuratata di essere già "accreditata" ai più alti livelli istituzionali, anche se doveva accettare una facciata  apparente di esilio dal potere.

Ma ciascuno di noi è stato tradito lungo la strada. Così dai cattolici, come dai comunisti. Così dai socialisti, come dai laici. Con qualche estrema che in maniera incosciente avrebbe voluto da noi che introducessimo nelle F.A. una conflittualità ideologica ed una dinamica basata sullo "scontro". Certo è vero, c'era da fronteggiare una attivissima ideologia, selettiva e feroce, di una "destra anticomunista" in modo viscerale. Un modo violento e solo in apparenza "infantile", mimetizzato come è sempre stato da quel goliardico nonnismo sempre accettato con "finto" paternalismo; ma estremamente intossicante e lucidamente finalizzato. E tuttavia, nonostante questo, era folle pensare di indurci ad assumere criteri extraistituzionali, in cambio di un "più deciso appoggio politico". E sperando di convincerci così alla utilizzazione  dei metodi del confronto politico di piazza che andavano allora di moda in certa sinistra, estrema e non.

La terribile domanda di Aldo D'Alessio (PCI) quando, ormai al termine della vicenda "politica" del Movimento, cercava di giustificare lo sganciamento del partito dalle nostre sorti, rimane emblematica del suo crudele realismo e della abissale estraneità dei "politici" alle necessità politiche del mondo delle F.A.: "Mario, quanti uomini potete portare in piazza?", memore delle marce di militari in divisa e con i volti coperti, a Milano e Roma, tra il 1975 ed il 1976. Marce affollate quanto "inutili". Inutili per reali innovazioni della cultura democratica nelle F.A.; ma assolutamente importanti per "offrire" al suo partito ottime motivazioni di intervento, ed una grande "forza contrattuale" che fu utilizzata però solo per i fini utilitaristici e di "accreditamento nelle stanze militari" di funzionari e personaggi del Partito.

Ma quella domanda significava anche che la politica nel suo complesso era predisposta dunque, avendo adottato esclusivamente questo criterio del rapporto di forza, a subire il ricatto dei pretoriani, ogni volta che qualche generale avesse esibito, con il medesimo criterio, le orde che era pronto a schierare sulle piazze. Senza fazzoletti sul volto, ma con i mitra carichi in mano.

Quante di queste "minacce", viene da chiedersi, si sono consumate nelle stanze del Palazzo, senza che gli uomini della politica trovassero il coraggio di denunciare al Paese ed ai settori più fedeli delle F.A. i pericoli che si prefiguravano? E quanti di loro si sono convinti piuttosto di potere e sapere controllarli essi stessi quei militari "geneticamente golpisti" che si rivelavano così sfacciatamente?

Quanti cioè hanno ritenuto di "poter fare a meno del popolo e della sua cosciente mobilitazione" in quelle che ritenevano essere le "loro" funzioni di "mediazione politica" (la quale scadeva presto però nel ben più misero "compromesso", finalizzato al potere ed al "riconoscimento reciproco")? Funzioni che pensavano presuntuosamente fossero di loro esclusiva competenza.

Quello che più "stupiva" era la constatazione di quanto proprio loro - benchè venissero ancora ritenuti e definiti come nemici, perchè "comunisti e marxisti-leninisti" - stessero in realtà così profondamente mutando ed avessero già dimenticato le proprie radici più profonde. Quelle in cui Lenin - al di là di ogni giudizio sulla struttura politica che è nata da quel pensiero - aveva iscritto quella convinzione forte dalla quale i contadini russi trassero forza per opporsi, anticipatamente rispetto ad ogni pprogetto rivoluzionario, al potere zarista:

"Ogni forza materiale può essere battuta solo da una forza materiale. Ma le forze spirituali divengono forze materiali quando il popolo se ne appropria".

Grande provocazione da cui nasceva l'interrogativo che dà senso ad ogni attività politica: "Che fare?". Che fare dunque, politicamente, per continuare a difendere la forza spirituale dei valori e fare in modo che "il popolo se ne appropri"?

Il tipo di risposta - o il perchè della mancata risposta - dobbiamo ancora cercarla (per poter attribuire spietatamente le responsabilità politiche che ne derivano) nella scia di sangue di cittadini inermi che ha attraversato il Paese e la sua storia, senza accertamento nè dei colpevoli, nè delle cause che potevano aver determinato una tale incomprensibile "incapacità investigativa".

Insomma nessuno ha avuto realmente intenzione di fare con noi la fatica dei piccoli passi, quelli che portano in cima, ma a condizione di non lasciarsi mai affascinare dalla tentazione di fermarsi per ammirare la vetta. Mantenendola invece fissa nella mente, quella vetta, mentre si ingoia il sudore del cammino. E ricordando costantemente gli obiettivi intermedi e gli itinerari che fossero stati dibattuti ed individuati e scelti.

Tutti volevano verificare invece quanto potesse essere funzionale alle sorti elettorali della propria parte una "qualche vicinanza" al Movimento ed ai suoi uomini. Ignobilmente disposti tuttavia ad infischiarsene  di quegli interessi elettorali se quella vicinanza e quegli uomini avessero chiesto troppo. Non per se stessi e la propria protezione, ma per un impegno di sintonia e simpatia con i medesimi obiettivi costituzionali, da tradurre nella specificità politica che doveva essere loro propria.

La scusa, banale e truce, per giustificare ogni "distacco" od "impossibilità" era sempre la stessa, quella classica. Quella che ciascuno potrà riscontrare, in qualsiasi ambiente, non appena si impegnasse per un rinnovamento che chieda a tutti di andare oltre le dichiarazioni formali: Il "modo", il "metodo"! Questa vile scusa sarà sempre accampata per dirvi che la condivisione "scontata" degli obiettivi da voi individuati e proposti non può tuttavia accettare anche il "modo", il "metodo", con il quale voi ponete quelle esigenze. "C'è un modo nelle cose", via! E non sarà certamente il vostro, troppo esigente, "fondamentalista" ed intransigente!

Don Milani aveva insegnato che forse i metodi dei contadini e dei poveri potranno anche non essere i più forbiti e corretti, ma esprimono verità perchè parlano di vita vissuta. Ma è pur vero che nessun politico sembra sia mai stato alla scuola di Don Milani. E così non importa più (ma ha mai significato qualcosa?) porre questioni vere. Importa "come" esse si pongono e se si pongono con il lessico ed il rispetto della sensibilità del ricevente. Ad un giudice ad esempio potrete parlare solo secondo i suoi criteri culturali ed il suo lessico professionale (ecco perchè avrete bisogno sempre di un avvocato!). Lui ben difficilmente farà alcuno sforzo per leggere la verità della vostra vicenda di vita (la Legge sostanziale) ed inserirla e tradurla poi nell'ambito della "confezione formale", che gli è propria, e cioè della legge formale. Anche i giudici, in verità, sono soggetti al medesimo meccanismo venendo sollecitati, quando i loro metodi possano rischiare di sconfinare verso una applicazione intransigente della Legge, anche contro i potenti, a rientrare nelle rigidità e nei silenzi formali così funzionali alla stabilità del potere!

Non è un caso che proprio un Giudice che io ritengo "diverso", libero cioè dalla fascinosa soggezione al potere (fosse anche quello del proprio Ufficio - quale ha dimostrato di essere il capo della Procura di Milano -) abbia saputo esibire una sensibilità ed una cultura "diverse ed altre", rispondendo ad una nota formale e discreta dell'amico Giovanni Maria Flick, non ancora nominato, allora, Ministro della Repubblica.

Questi aveva sollevato con maniera molto rispettosa alcune sincere perplessità sul metodo del pool nel combattere la corruzione di Stato, e sulle prospettive di una qualche soluzione "politica". "Caro Gianmaria, risponde il Magistrato, (...) vogliamo, per curiosità, provare a domandarci che cosa pronosticherebbe il cosiddetto uomo della strada circa la probabile condotta futura di un amministratore che fino a ieri ha concusso o si è lasciato corrompere? Di tanto in tanto dovremmo forse umiliarci fino ad aprire occhi e orecchie verso il mondo esterno e rapportarci - senza subirne passivamente le suggestioni, certo - alla sensibilità media del popolo in nome del quale la Legge si applica." [G.M. Flick "Lettera ad un Procuratore della Repubblica" Edizioni del Sole 24 Ore, ottobre 1993, pagg 9-13]

Viene da chiedermi se, nel rinnovare allo stesso Prof. Flick, ormai neo-Ministro, le mie segnalazioni di gravissime circostanze, non sia stato allora proprio il mio modo "brutale" a far sì che, nonostante la riconosciuta onestà intellettuale, anche questi scritti abbiano meritato un suo "olimpico silenzio".

Quegli scritti ancora una volta sono stati evidentemente ritenuti come "irricevibili"; ovvero, essendo stati comunque recapitati dal servizio postale, non meritevoli di alcun cenno di risposta. Anche fosse stata una richiesta del Ministro alla Magistratura di procedere contro l'estensore! Dal neoMinistro solo silenzio. Maestoso, regale. E, proprio perchè tale, sprezzante. Come da ogni suo predecessore, alla Giustizia od alla Difesa, a Capo del Governo o della Repubblica, alla Presidenza delle due Camere o delle Commissioni di competenza, negli ultimi venti anni.

Ma il sollecito ad un intervento politico si è puntualmente rinnovato e tornerà a rinnovarsi, da parte mia e con testarda determinazione, ad ogni mutamento delle compagini istituzionali. Perchè non posso e non voglio arrendermi all'idea di istituzioni che divengano feudo di possesso dei loro momentanei titolari, tutti concordi nella esigenza di non venire "disturbati", e soprattutto non coinvolti", se non con i "giusti modi", con il "giusto metodo" ed il rispetto delle "forme". Ma tutto si lega, se sappiamo guardare senza ansia alle vicende della storia.

MacLuhan diceva infatti che nella comunicazione il mezzo, la confezione, "è il messaggio". Ed allora non c'è da sorprendersi (ma da capire sì, se vogliamo sperare di poter incidere nei cambiamenti) se la logica dell'apparire sarà quella dei Convegni che "riescono e sono belli" non per i messaggi che lo attraversano; ma per la grandiosità degli scenari, della confezione appunto, che avremo saputo costruire loro addosso. Non per gli effetti politici e gli interventi operativi concreti che essi prefigurano o che essi possono determinare; ma per il compiacimento degli oratori e dei partecipanti. Per le signorine affabili e sorridenti, meglio se carine ed in minigonna, che vi accoglieranno (senza sapere nulla di ciò che si tratterà nei dibattiti). O per la funzionalità della organizzazione, e della ospitalità, che a Rimini in un Convegno Socialista si spinse a fornire ai delegati coupons per prestazioni amichevoli e fors'anche sessuali. Per i gadgets, che l'onda Forzitaliota e la becera quanto lucida strategia fascista della Lega hanno rilanciato con metodi ed in quantità "industriali".

Quella che fu chiamata "l'onda lunga" socialista ci ha dimostrato quanto ciò sia purtroppo "reale", anche se effimero perchè non "vero". E quanto ciò comporti al tempo stesso, e nonostante la brevità di queste fatue stagioni politiche per il respiro corto di ogni ambizione fasulla, il saccheggio della libertà e della legalità del Paese, la dispersione delle sue risorse etiche ed economiche. Non sembra tuttavia che gli eredi del potere abbiano poi sensibilità molto diverse.

Ed io - pur essendo stato educato al metodo e credendo fortemente alla sua necessità (ma in una accezione esclusiva di strumento di analisi e di una necessità operativa solo quando siano stati fissati gli obiettivi parziali - cioè tattici - di un disegno più generale - cioè strategico) - penso che, se è il "modo" o la "confezione" che si lascia che imperino, essi tradiscono e tradiranno comunque la Verità. Perchè essa è invece cruda, terribile, come il sangue ed i corpi smembrati di ogni vittima e di ogni strage. E non c'è un "modo" più idoneo per raccontarla, la verità. Solo la volontà di raccontarla, rimanendole fedeli.

Il "modo" che vi sarà invece sempre richiesto sarà quello di non sbilanciare troppo i detentori del potere. Di accontentarvi quindi di quella familiarità inusuale che vi sia concessa di poter dialogare con loro, avere il loro indirizzo e telefono, essere accolti con "fraterna amicizia" - dopo ore di anticamera! - nonostante i "tanti impegni politici". Essere ascoltati con "benevola attenzione" anche se altri appuntamenti urgono.

Ma via, non pretendete che quella familiarità si faccia volontà operativa! E soprattutto non vincolate con "verbali" scritti troppo articolati quelli che che voi consideraste come veri "impegni" politici assunti nei vari incontri!

Il potere ha bisogno della sua libertà e dei tempi che gli necessitano per le mediazioni ed i contatti. E quelli che voi consideraste impegni operativi erano invece solo attestati di "sim-patia (sentire insieme, con-sentire)", ma avevano necessità di ulteriori verifiche politiche! Cosa volete che siano gli anni, che inesorabilmete trascorrono tra una strage e l'altra, tra una epurazione e l'altra! Semmai, se il tempo stesse logorando la vostra pazienza e la vostra capacità di speranza, organizzate un convegno di denuncia e di sdegno, o di celebrazione. Loro, i potenti, verranno, a confortarvi con il loro prestigio e le loro "forti" dichiarazioni. Non chiedete, per cortesia, una coerenza di azione. Una condivisione di rischio!

E non meravigliatevi  dunque se, correndo l'anno di grazia 1981, e dovendo voi attendere di incontrare l'On. Aldo D'Alessio alle Botteghe Oscure - dovendovi sentire quasi un ladro o un traditore per dover incontrare (voi, militare "democratico") un Parlamentare "comunista e dunque nemico" - questi arrivasse da una riunione formale con alti generali tenutasi all'ISTRID - dove la presenza di quello stesso "comunista" era stata invece considerata perfettamente "lecita" dai partecipanti militari -.

E non stupitevi se, in quella attesa, doveste trovarvi in compagnia di un signore "borghese" (certamente non iscritto - come voi -; ma certamente molto meno "compagno" di quanto possiate esserlo voi, anche solo per le vostre idee) che vi rubasse poi la precedenza con il consenso dell'onorevole. Ma soprattutto non indignatevi se la "pratica" del borghese fosse sbrigata lì, nei corridoi, in piedi, davanti ai vostri occhi. E se essa consistesse nella rassicurazione, fornita dal parlamentare al suo interlocutore, che dai generali appena incontrati l'onorevole ha avuto conferma che la richiesta di "attenzione" alle esigenze relative al servizio di leva, per il ragazzo protetto e raccomandato dal signore borghese, sarà seguita con dovuta riservatezza e con garantita efficacia!

Non capirete se l'interessamento sia finalizzato per sottrarsi all'obbligo o per ottenere sedi più "gradite". Non vi sarà possibile capire se quel ragazzo sia stato raccomandato in quanto parente diretto o di vario grado del questuante, ovvero se sia figlio di amici, o segnalato da amici. Insomma non capirete se l'onorevole stia colloquiando (con mire c'è da sperare solo elettoralistiche, un po' squallide in verità per il loro smaccato sapore "clientelare", ma comunque almeno "comprensibili" ai più) con un "povero" cittadino il quale stia cercando di risolvere un problema personale e familiare che gli sta a cuore, o se questi sia piuttosto un losco e prezzolato mediatore di corruzioni!

No, non vi indignate. Come potreste pretendere che, finchè non sia cambiato il "potere", si possa rinunciare a quelle pratiche che sono "il segno stesso del potere", ed alla loro sfrontata esibizione? Siate ragionevoli, dunque, accontentatevi del possibile!

Ma io ero rimasto inchiodato, e lo sono tuttora, a quel convincimento "sessantontino" che suonava diversamente: "Siate ragionevoli, chiedete l'impossibile!

Molto più concreto, chiedere l'impossibile. Perchè è l'unico metodo con cui la civiltà è potuta crescere, la tecnologia e le scienze hanno potuto svilupparsi, la conoscenza dell'uomo non conoscere ostacoli. Oggi per noi è geneticamente scontato che l'uomo possa volare e viaggiare nello spazio. Ma l'uomo ambiva volare e conquistare la luna quando non aveva nè le conoscenze scientifiche, nè la disponibilità di tecnologia, nè le risorse economiche per realizzare quel sogno.

Ma l'uomo ha voluto realizzare ciò che sembrava impossibile. Ha sfidato per questo anche il rigore dell'integralismo religioso, ed il timore per le leggi dell'ignoto. E si è battuto finchè non ha realizzato una dopo l'altra le condizioni politiche di consenso prima, di ricerca e finanziamento poi, ed infine di sperimentazione per vincere ogni sfida ed ogni limite.

La politica è dunque il luogo ove si costruiscono le condizioni e gli strumenti necessari per continuare e favorire il cammino della storia. Quando essa diviene gestione del presente, e si ripiega ed immiserisce su se stessa, essa si trasfigura e stravolge in potere, becero perchè timoroso di essere perduto. E tutto, nel senso peggiore violento e sanguinario, diviene possibile, perchè l'uomo non ha allora di fronte a sè che se stesso e la propria morte.

Il potere ha saputo appropriarsi anche delle attese umane, quando ha intuito che, correndo il rischio di "cavalcare la tigre", avrebbe potuto trarne maggiore potenza e maggiore ricchezza. La novità è stata perciò sempre lusingata, per poter meglio essere misurata e soppesata, dal potere. Esperienza che può riconoscere chiunque di noi in qualsiasi vicenda personale, dal rapporto studente-professore nella scuola, al rapporto presbitero-laico nella chiesa, al rapporto dirigente-dipendente nel lavoro.

Una sola cosa è stata sempre e comunque rifiutata dal potere: la aspirazione vera alla Pace, alla Giustizia ed alla Verità, perchè ciò significa spogliarsi di potere e vivere di servizio. Il potere ha cercato e cerca di riempirsi almeno la bocca di queste grandi parole, ma esse suonano false. Ed invocano la necessità della profezia, scomoda e pericolosa per chi se ne voglia far carico, ma doverosa per chi voglia rimanere fedele alla sua vocazione ad essere uomo.

E' scritto nella Bibbia "Essi dicevano Pace, Pace. Ma la Pace non c'era!" Non si trattava di una constatazione ma di una rabbiosa invettiva di chi è costretto a lottare per smascherare le mimetizzazioni usate dal potere per ingannare i semplici ed il popolo. Molto spesso il cosiddetto profeta avrebbe volentieri vissuto una vita di ordinario anonimato, ma è qualcuno che è stato troppo vicino al fuoco della verità, da qualsiasi esperienza gli sia stata rivelata, per non riuscire a venire meno al suo compito di "rendere testimonianza alla verità".

Che lo crediate o meno questo anonimato era stata la mia più grande aspirazione finchè non fui gettato in questo losco gioco di poteri. Potrebbe succedere a chiunque dei lettori, in maniere certo diverse ma altrettanto dure, soprattutto se ancora una volta fosse lasciato solo a portare il peso di una verità che dovrebbe essere invece di tutti. E' questa paura di rimanere soli che spesso ci blocca.

E bisogna tornare allora "bambini". Non necessariamente in spirito evangelico, ma anche nel senso più profondo e nello spirito delle fiabe. Per tornare a dire con aria scanzonata, mentre tutti osannano il Re, incapaci a "vedere": "Ma il Re è nudo". Spesso un "bimbo" tra noi lancia questo semplicissimo grido di verità. Se reagissimo tutti come il popolo della fiaba, aprendo gli occhi e sbellicandoci di risate, basterebbe quella risata a seppellire il potere.

Ma più spesso noi "grandi" ci voltiamo con uno stizzito "silenzio, sta zitto" verso quel povero bambino, troppo timorosi di rompere, con la verità, le scenografie della sudditanza. E i pretoriani del re prenderanno quel bambino, e lo picchieranno davanti a tutti, perchè tutti "imparino" a vedere e riconoscere - non dal bambino e dalla sua semplicissima verità; ma dalla sua sorte - che il Re è sempre sfarzosamente vestito anche quando sia ignobilmente nudo. Come un verme.